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SOLITUDINE E RICERCA DI SÉ TRA PSICOLOGIA E LETTERATURA giugno 19, 2015

Filed under: Estemporanea — B. @ 9:26 pm
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SOLITUDINE E RICERCA DI SÉ TRA PSICOLOGIA E LETTERATURA.

Per sviluppare la propria creatività o ragionare sul senso delle cose, è necessario concentrarsi, passare attraverso fasi di dialogo con sé stessi, fasi di solitudine. Appunto, fasi. Nell’uomo infatti vi è un continuo altalenarsi di momenti vuoi positivi o negativi, ma questo è funzionale all’esistenza. Il senso di vuoto fa scattare la molla che ci porta a cercare, a esplorare.

Nella psicologia junghiana si parla di individuazione: individu -azione, contiene il sostantivo individuo ma soprattutto connota un individuo “in azione”; la psicologia si serve a volte di questi giochi di parole per afferrare non solo il senso delle cose, ma qualche elemento in più: mi individuo, mi separo dagli altri, mi colloco a parte, mi trovo uno spazio mio dove sentirmi me stesso. Penso per ognuno di noi sia gratificante sentirsi un individuo con le sue idee, i suoi pregi e, perché no, i suoi difetti.

Questa individuazione come conquista della propria individualità, avviene gradatamente e segna il distacco dalle figure genitoriali, un distacco dapprima fisico quando si impara a muoversi, a camminare, ad allontanarsi per poi tornare, ma se facciamo riferimento allo sviluppo psicologico della persona, l’individuazione, SEGNA la conquista di un’autonomia emotiva che permette l’agire, il prendere decisioni, il fare delle scelte autonome, essere e sentirsi quel sé. Quindi il tema che stiamo trattando, della solitudine e della ricerca di sé, va legato alla crescita psicologica della persona. Alla capacità di viverla bene la solitudine, di riempirla.

Sempre avendo come modello il bambino che si allontana dalla figura di riferimento, prima lo vediamo distaccarsi, un pochino ma non troppo e poi tornare di corsa per non provare la paura di sentirsi solo, poi si allontana un po’ di più ma sente il bisogno di voltarsi e di correre fra le braccia accoglienti della mamma, ma alla fine quando è più sicuro e vuole raggiungere una meta, va verso quella e non guarda indietro. Finalmente ha conquistato una sua autonomia, ha trovato la fiducia in se stesso: sa che non ha perso la mamma e che ha raggiunto un oggetto che gli interessa – per giocare e stare bene e essere occupato. In psicologia si dice che questo bambino ha interiorizzato la figura genitoriale, ce l’ha dentro la madre. Si presume pertanto sarà un essere normale che proverà solitudine e struggimento, ma saprà affrontare e superare anche i peggiori momenti. E’ un soggetto nella norma, come ci fa sapere un tipo di psicologia comportamentista che ama misurare determinati parametri e stati della vita, suggerendo che nella non-normalità, il soggetto abbia una elevata sensibilità alle situazioni di separazione.

Negli esempi che porterò, faccio riferimento soprattutto ad autori di prosa e di teatro che hanno conosciuto ed amato la solitudine sia per vicende personali che per indole e che l’hanno apprezzata e ne hanno trovato un senso riempiendola di scritti e di idee. Non intendo con questo dare dei limiti o dire che solo gli scrittori o i grandi creatori, dunque gli artisti, sono i destinatari di questo messaggio, al contrario qualsiasi pensiero costruttivo o qualsiasi attività gratificante possono scaturire da momenti di beata solitudine ed essere per noi qualcosa di piacevole e di cercato che appaga i nostri infiniti desideri. Spesso, dunque siamo noi che desideriamo crearci uno spazio nostro, uno spazio di solitudine. Ciò accade quando abbiamo troppe cose da fare, incombenze materiali da svolgere, scadenze continue da rispettare e non riusciamo a ritrovarci con noi stessi, con la nostra parte autentica, quella che non si accontenta di ciò che siamo, non si appaga delle cose esclusivamente materiali. L’agire senza riflettere, ci fa appunto sentire vuoti, ci fa perdere il contatto con noi stessi.

Parlando di solitudine funzionale alla creatività, voglio azzardare una considerazione legata agli aneliti e alle passioni umane quali l’amore per l’arte, per i sentimenti forti, per la musica, la pittura e la letteratura in particolare. Se facciamo riferimento al romanticismo parliamo di Sehensucht, che possiamo definire come un anelito verso qualcosa, un desiderio di conoscere il futuro, di anticiparlo, un desiderio personale in assoluto creativo. Vorrei avvicinare questa sensazione a quella di solitudine. Dunque, la solitudine di oggi, potrebbe rappresentare questo anelito verso qualcosa di ignoto: un po’ la Sehensucht dei romantici.

Thomas Bernhardt, uno dei massimi prosatori del ‘900 in più di uno dei suoi brevi romanzi autobiografici, legati al periodo adolescenziale e massimamente ne “L’origine” quando in lui forte era il senso di isolamento e impellente la ricerca di dare un senso alla vita, descrive la situazione contraddittoria di un collegio dove i metodi educativi erano improntati ad un misto di nazionalismo e di pietà cattolica, una situazione che aveva fatto nascere in lui e in altri suoi coetanei il desiderio di suicidio dovuto a una solitudine interiore, al non poter comunicare. Per vincere i pensieri funesti del suicidio, allora, l’antidoto da lui trovato era starsene da solo nella immensa stanza dove venivano riposte le scarpe di tutti gli allievi del collegio, e estraniarsi traendo dal violino suoni consolatori e salvifici, quindi il suo pubblico non erano persone ma scarpe. In tutti i lavori di Bernhardt si riflettono isolamento e decomposizione, la narrazione fa riferimento a persone che cercano la perfezione che per lui significa stagnazione. Troviamo invece descrizioni di vitalità e gioia, in particolare in un altro breve romanzo autobiografico “La cantina” uno spaccio di alcoolici con mescita, un luogo piuttosto malfamato con andirivieni di persone di tutti i ceti sociali fra cui malfattori e prostitute, dove era andato a lavorare prima di diventare giornalista e scrittore perché a suo dire, lì erano la vera vita e le esperienze reali.

In questa ricerca di sé, vale a dire nella ricerca di un equilibrio, mi sto servendo di due termini: solitudine e isolamento, due termini che un po’ superficialmente vengono indicati come sinonimi. Chiariamo dunque questa dicotomia.

Solitudine è lo stato di chi è, di chi vive solo e solitario, di chi fugge la compagnia privilegiando appunto la solitudine. Quindi il solitario per indole, non è per forza di cose un misantropo ma persona che struttura in un certo senso i propri rapporti in modo da non venirne invaso. Ne avremo un esempio più avanti parlando del personaggio principale del romanziere Arnaud Cathrine, un certoAurélien Delamare di professione scrittore. Uno scrittore, descritto da uno scrittore, quindi qualcosa di autobiografico.

Vediamo ora di inquadrare l’altro termine: isolamento è qualcosa di imposto, di inevitabile. L’atto dell’isolare è condizione di esclusione dall’esterno, una piccola isola immersa in un grande oceano ci dà l’idea di questa mancanza totale di contatti. L’isolamento può essere dunque imposto a persone affette da grave malattia per le quali il contatto con persone sane potrebbe essere dannoso, a pazienti psichiatrici nelle fasi aggressive acute, perché non siano dannosi agli altri, a malavitosi che non devono comunicare con terze persone, se no inquinerebbero le prove. Insomma sembra che la negatività fra questi due termini sia isolamento ad assumerla, anche se a volte noi stessi abbiamo detto o abbiamo sentito amici pronunciare: “Questa solitudine mi fa male – oppure – Non ne posso più di stare solo.”

Le componenti dell’animo umano cambiano secondo le epoche e alle atmosfere romantiche dell’800, nel ‘900 subentrò un’acuta crisi di valori. Vuoto e solitudine hanno caratterizzato le instabili fasi degli inizi del XX secolo, da quella prebellica sino almeno alla fine del primo conflitto mondiale. In tale periodo, non è casuale vi sia stata una diffusione e divulgazione delle teorie psicologiche e psicoanalitiche che ha portato a una diversa considerazione di istanze e valori, di sensazioni e pulsioni e, a parte i numerosi autori di psicologia dinamica,Hermann Hesse nato nel 1877 e morto nel 1962 è per eccellenza lo scrittore che rappresenta questo passaggio.

Hermann Hesse, passate le intemperanze della fanciullezza, della sua solitudine ne ha fatto un altare, per costruirsi come scrittore, è stato un guru della solitudine: ma di quale solitudine stiamo parlando, non quella fisica, più semplice da sopportare, bensì di quella interiore. Ecco un passo tratto da Un’ora dopo mezzanotte, una raccolta di scritti della giovinezza di questo autore, dove è evidente il suo approccio simbolico alla scrittura:

Camminavo, rabbrividendo, tra le rovine della mia giovinezza sopra macerie di pensieri e sogni stravolti che facevano sussultare, e ogni cosa su cui si posava il mio sguardo diventava polvere e cessava di vivere… Tutto fuggiva da me, ben presto fui circondato da un enorme vuoto, da un’immota quiete, accanto a me non c’era nessuno, non un essere caro, non un vicino e la mia vita si sollevava dentro di me come una sconvolgente nausea. (Come se ogni misura fosse colma fino a traboccare, come se ogni altare fosse stato profanato e ogni dolcezza fosse finita in bruttura, come se ogni estremo fosse stato toccato…)

L’immagine di isolamento che ci fornisce questa descrizione di rovine, di macerie, fa pensare a uno stato interiore, all’angoscia della solitudine vissuta da un adolescente. E l’autore, che è passato attraverso una sua ricerca spirituale che lo porterà verso orizzonti di conoscenza e meditazione trascendentale, nel primo capitolo di Demian, romanzo di iniziazione che gli ha dato fama, scritto nel 1917, quando il primo conflitto mondiale era ancora in corso, dice:

La vita di ogni uomo è una via verso se stessi, il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero. Nessun uomo è mai stato interamente lui stesso, eppure ognuno cerca di inventarlo, chi sordamente,, chi luminosamente, secondo le possibilità.

E questo percorso verso se stessi, in un autore la cui scrittura si sovrappone decisamente alle esperienze di vita, è anche fatto di piaceri sensoriali legati sia alla natura che alla bellezza femminile. Claudio Magris lo definisce poeta di una natura libera, questa natura che oggi tanto devastiamo e corrompiamo nel tentativo di asservirla. In lui il piacere di fruire delle bellezze è a portata di mano e una passeggiata da soli nel bosco risuona dentro come un grandioso evento storico.

Marguerite Yourcenar che condivise con il padre il piacere della lettura, non temeva la solitudine, tanto da essersi rifugiata a partire da un certo momento della sua vita su una piccolissima isola del Pacifico, ci dice che “On ne trouve pas la solitude, on la fait” (“Non ci si imbatte nella solitudine, la si procura, la si cerca.”) Ma lei l’aveva riempita con le biografie delle vicende della sua famiglia, allargandole alla storia di un territorio immenso e alle epoche e civiltà passate, in un continuo fare salti in avanti e indietro nelle varie epoche storiche, sentendosi legata al passato oltre che al presente, quindi mai sola.

Fra i vari autori dei nostri giorni che ci parlano di solitudine per esorcizzarla, trovo Paolo Giordano con il suo romanzo “La solitudine dei numeri primi” dove le vicende della vita fanno dei due protagonisti due esseri non felici e isolati come i numeri primi in matematica, vicini ma mai abbastanza da potersi toccare, e facendo riferimento agli esseri umani, incapaci di comunicare realmente, emotivamente.

Arnaud Cathrine, citato prima, in  “Je ne retrouve personne” descrive il suo Aurélien Delamare come uno scrittore sempre in bilico fra la ricerca della coppia e il desiderio di solitudine, un vero irrisolto, quindi perennemente in conflitto con se stesso:

Sono le undici passate da un po’, che infame sensazione di solitudine! Quella stessa che, tuttavia, in altre occasioni cerco di difendere con le unghie e i denti, sino a far sconvolgere gli altri…. […] Da dove mi viene questo mio modo di essere, questo mio stato d’animo acuito dai tempi della relazione con Giunone? Da dove mi arriva tutto questo coraggio necessario per vivere senza il piacere, l’incanto o l’impegno (i doveri) della presenza dell’altro? Intuisco che questa solitudine che ne è derivata, è destinata a durare.

E quello che afferma questo autore che cerca la solitudine per poter scrivere mi permette di riassumere il senso di queste riflessioni tra psicologia e letteratura, concludendo che la solitudine è una sofferenza legata al significato dell’esistenza. Nasce dalla separazione o dal senso di questa ma eccone il risvolto positivo: poiché suscita il desiderio, diventa il volano della comunicazione e della conoscenza, fa nascere il bisogno di creare artefatti, promuovere incontri, apprezzare letture, ascoltare musica, desiderare la danza e ogni altro genere di espressione.

AUTORE: Elisabetta Pession, psicologa di indirizzo junghiano, vive a Roma. Ha lavorato con soggetti portatori di handicap psichici e con le rispettive famiglie e si occupa da tempo di scrittura e traduzioni di testi. Nel 2007 ha pubblicato il testo di narrativa “Dalla Russia con… gentilezza”  e nel 2014 “Incontri di Primavera”. Indirizzo mail: pel.pession@tin.it

http://centrostudipsicologiaeletteratura.org/2015/03/solitudine-e-ricerca-di-se-tra-psicologia-e-letteratura/

 

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