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Materiali di studio e approfondimento

Sufjan Stevens: Carrie e Lowell maggio 26, 2015

Filed under: Estemporanea — B. @ 9:22 pm

Sufjan Stevens

Carrie & Lowell

Car­rie & Lo­well” non è un disco di Su­f­jan Ste­vens. Non “fa parte del suo per­cor­so ar­ti­sti­co ma della sua vita“. Ana­liz­za­re que­sto disco da un punto di vista di­ver­so da quel­lo del suo au­to­re, sot­to­li­near­ne le si­mi­li­tu­di­ni con certe pa­gi­ne di El­liott Smith, de­fi­nir­lo un nuovo “Seven Swans” in ver­sio­ne not­tur­na, par­la­re di “ri­tor­no al folk” e de­can­ta­re la bel­lez­za per­fet­ta di “Should have know bet­ter” si­gni­fi­che­reb­be re­cen­si­re il do­lo­re, va­lu­ta­re le ca­rat­te­ri­sti­che let­te­ra­rie di un dia­rio pri­va­to, sfo­glia­re l’al­bum fo­to­gra­fi­co dei nonni e cri­ti­ca­re la messa a fuoco degli scat­ti.

Mi di­spia­ce ma que­sto è un disco che non si può re­cen­si­re. La morte di Car­rie, la madre che lo aveva ab­ban­do­na­to (“When i was three / three maybe four / she left us at that video store“), di­ven­ta l’e­spe­dien­te per rie­la­bo­ra­re tutte le per­di­te, le man­can­ze e i vuoti della vita. Alla so­glia dei qua­ran­t’an­ni e di fron­te al do­lo­re, Su­f­jan Ste­vens fa­ti­ca a sen­ti­re lo “Spi­ri­to del suo si­len­zio” ma non si ar­ren­de di fron­te al lutto. “Car­rie & Lo­well” non è un disco tri­ste ma la rie­la­bo­ra­zio­ne spi­ri­tua­le di un’e­si­sten­za, can­ta­ta dagli an­ge­li e suo­na­ta da arpe che di­ven­ta­no chi­tar­re acu­sti­che e banjo.

Mi di­spia­ce ma que­sto è un disco che non si può re­cen­si­re. Quin­di, giu­sto per riem­pi­re la pa­gi­na e per in­vi­tar­vi al­l’a­scol­to (e alla let­tu­ra dei testi), vi rac­con­tia­mo due aned­do­ti.

1) Uno dei primi gior­na­li­sti ita­lia­ni che ebbe oc­ca­sio­ne di in­ter­vi­sta­re Su­f­jan Ste­vens (era ap­pe­na usci­to “Mi­chi­gan“), mi disse che provò a far­gli delle do­man­de sulla sua fa­mi­glia, su dove e come vi­ves­se. Lui pra­ti­ca­men­te non ri­spo­se, e sem­brò non ca­pi­re il senso della do­man­da. In­sie­me, in­ter­pre­tam­mo que­sta re­ti­cen­za come una no­stra er­ra­ta in­ter­pre­ta­zio­ne del con­cet­to di fa­mi­glia. Pen­sam­mo alla mo­bi­li­tà ti­pi­ca delle fa­mi­glie ame­ri­ca­ne, che nei film ve­dia­mo ca­ri­ca­re le pro­prie case sui ca­mion e par­ti­re. Con­clu­dem­mo che la do­man­da “Dove vive la tua fa­mi­glia?” fatta a un ame­ri­ca­no non aves­se senso. Oggi si sco­pre una real­tà un po’ di­ver­sa, e quel si­len­zio (così come altre sug­ge­stio­ni pri­va­te pre­sen­ti nella di­sco­gra­fia di Su­f­jan) as­su­me un si­gni­fi­ca­to com­ple­ta­men­te di­ver­so.

2) Un gior­no un mio vi­ci­no di casa al quale era ap­pe­na morta la mo­glie mi fermò sulle scale e mi chie­se: “cosa posso fare?”. Io non riu­sci­vo nem­me­no ad apri­re la bocca, e finì che ci se­dem­mo sui gra­di­ni a guar­dar­ci le punte delle scar­pe, in si­len­zio. Ecco, se dalla mu­si­ca cer­ca­te delle emo­zio­ni, ascol­tan­do “Car­rie & Lo­well” la sen­sa­zio­ne è que­sta.

da storiadellamusica.it

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