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Ritorno dei padri? dicembre 31, 2013

Filed under: Estemporanea — B. @ 11:01 pm

Doppiozero si chiede se assistiamo a un ritorno dei padri. Mi chiede un parere. Sul crinale del millennio ho pubblicato Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre (Bollati Boringhieri 2000): libro che, per sincronia più fortunata che calcolata, è diventato apristrada di una serie di studi paterni. Almeno in Italia: altrove già se ne pubblicavano. Ma il testo ha avuto la seconda fortuna di diffondersi gradualmente anche in quei paesi: ogni anno compare in una nuova lingua e quella cinese si è allargata a diversi editori.

 

Nel nostro paese sembra ora che dai libri, dal cinema, dalla TV rigurgitino i padri. Quando la cronaca racconta di liceali romane che si prostituiscono, i giornalisti non chiedono allo psicoanalista un parere su queste ragazze annoiate e deviate, ma: “Dove erano i padri?” “Forse fra i clienti?” Le librerie mettono la paternità in prima fila, attraverso due romanzi di autori importanti: Gli sdraiati di Michele Serra e Il padre infedele di Antonio Scurati. Doppiozero chiede se queste “comparizioni” non contraddicano la “scomparsa” di cui parlavo anni fa.

 

La domanda da formulare è allora questa: ciò che irrompe nelle narrazioni è il padre o la sua mancanza?
Anticipiamo subito la conclusione. Certamente i maschi che accudiscono i figli sono aumentati: perfino in Italia, dove il conservatorismo di genere è fortissimo, dove si è regrediti a costumi neo-maschilisti, dove il soggetto maschile che mostra sentimenti teme ancora di esser considerato omosessuale. Ma da questa nuova, tenera dedizione, il buco nero della storia paterna non ha ricevuto luce. Si tratta di una diversa ripartizione, di un supplemento della cura nutritiva e corporea già nota come materna; che le madri sole, nei tempi di lavoro allungati, nella crescente precarietà economica, non riescono più ad affrontare.

 

da Colpire al Cuore di Gianni Amelio

 

La “scomparsa del padre” era una delle semplificazioni inevitabili nel mio titolo già lungo. La saggistica americana parla di “assenza” o “rarefazione”, Massimo Recalcati ha diffuso il termine “evaporazione”. Ne Il gesto di Ettore ho raccontato come, nei secoli, il patriarcato occidentale abbia subito un declino lento: a volte perverso, a volte maestoso, a volte contraddetto da brevi riprese. Ma non reversibile. La società dei padri, “verticale” come il loro albero genealogico, viene gradualmente soppiantata da quella “orizzontale” dei fratelli (e, nei suoi aspetti più preoccupanti, del branco maschile). Non è cosa degli ultimi decenni. Era già realtà per i settori guida della società illuminista, che crearono la trinità laica della Rivoluzione Francese: libertà, uguaglianza, fraternità. Già nel 1700 il legame che deve costruire il mondo moderno non è più quello della approvazione patriarcale, ma quello della collaborazione fraterna.

 

Ovviamente, il modello psichico che chiamiamo “padre” non scompare. Per chi, come me, si è formato alla psicoanalisi junghiana, è addirittura un archetipo, un potenziale comunque iscritto nella psiche. Solo che (in questo, a differenza da quello materno, che ha forti radici nella biologia) dipende in massima parte dalla cultura: in Europa sembrava centrale fino a tempi moderni, mentre in molte culture tribali lo era assai meno. Cambia, quindi, con i costumi.

 

Riassumiamo, a rischio di semplificare ancora: diversamente dalla madre, è la storia che ci ha dato il padre, e la storia può riprenderselo. Gli eccessi del patriarcato sono abusi di ogni tipo; guerre vere e proprie ma anche conflitti economici, che il femminismo in gran parte a ragione gli attribuisce. Fino ai “padri terribili” della intera società: i dittatori del XX Secolo. Tutto contribuisce al discredito della figura paterna: nelle statistiche dei matrimoni falliti e nei grandi simboli; nella vita familiare e anche in quella pubblica. Ma l’espulsione dalla psiche collettiva di qualcosa che l’ha abitata per millenni non crea un vuoto che si possa riempire a piacere: il suo posto tende a essere preso da un ritorno alle forme che lo avevano preceduto. Una delle colonne del mondo soffre di una fessura così grave da non poter reggere più pesi. Quando crolla il padre, quello che la soppianta non è necessariamente una psicologia più femminile. Riemergono piuttosto dall’inconscio collettivo identità maschili più primitive. Forse, un amaro destino italiano è che gli intellettuali lo scoprano dopo Silvio Berlusconi.

 

Nei casi estremi, ricompaiono – come nelle antiche razzie – gli stupri di gruppo, i cui componenti praticamente non avvertono di essere criminali. (Ho discusso questo fenomeno nel breve testo Centauri. Mito e violenza maschile, Laterza.) Dai valori del padre non si passa tanto a quelli della madre, quanto a quelli del maschio competitivo: l’animale, che combatte per l’accoppiamento, mentre non è cosciente della responsabilità verso i figli. Tra l’altro, questo è favorito oggi dalla struttura economica della società: dove – come spesso ironizziamo – anche le donne in carriera sono confezionate in abiti femminili, ma avanzano usando zanne e artigli.

 

Naturalmente questa epocale trasformazione non si presenta come processo lineare e ordinato. Il giovane non ha più il modello di riferimento nel maschio della generazione precedente, ma nei coetanei. Spesso impara dal compagno frivolo e godereccio: è quello che ho chiamato il “complesso di Lucignolo”, il quale seduceva Pinocchio ben più del noioso padre Geppetto. Molti ragazzi però – spesso proprio i più sensibili, i più introversi – “non ce la fanno” ad adeguarsi all’orda aggressiva e competitiva. Non solo, nelle attuali condizioni, hanno difficoltà a trovare lavoro: non lo cercano più. Si chiudono in casa, comunicano prevalentemente per internet. Sono i milioni di giovani neets (“Not currently engaged in Employment, Education or Training”: “al presente non impegnati in lavoro, studio o tirocinio”) che, partiti dall’Asia, hanno contagiato e invaso l’Europa.

 

Questa patologia del nuovo secolo riguarda i giovani maschi ben più delle femmine ed è fortemente correlata all’assenza delle figure paterne. Nei giovani uomini depressioni, tossicodipendenze, comportamenti distruttivi e autodistruttivi, vandalismi e forme di criminalità non legata a necessità economiche, sono dilagate negli ultimi decenni insieme a uno sgretolamento della identità maschile senza precedenti nella storia.

 

Torniamo ai due romanzi da cui siamo partiti. Il padre infedele rappresenta un uomo rifiutato dalla moglie: ma che è stato educato ad un maschile troppo tradizionale per fare a meno della complementarità, dell’incontro, dell’abbraccio quotidiano con la femmina. Quindi, la cerca in una pulsante sessualità animale; nella autoironica evocazione di un “mammo” dentro di sé quando accudisce la sua bimba, nella esasperazione delle proprie capacità materno-nutritive, che esprime alla guida di un ristorante raffinato ma fallimentare.

 

            

 

Il genitore anagraficamente maschio protagonista de Gli sdraiati è ancora più isolato e ancor più incapace di partorire la propria identità, privo com’è di qualunque presenza femminile, e dunque di utero psicologico. Il figlio adolescente è sempre “sdraiato”: orizzontale, ma anche collegato orizzontalmente alla non-umanità attraverso i-pad, i-phone o altre espressioni – purché egoiche – di tecnologia. L’ironia narrativa suppone siano dotazioni di nascita simili alla placenta: non comprate da un ex-padre a sua volta prono, che è stato l’esempio, il finanziatore, il nutritore di una obesità tecnologica parallela a quella da fast-food, a tutto provvidente tranne che al senso di responsabilità.

 

Nella bolla emascolinata, sia la posizione fisica che quella psicologica del figlio aborrono ogni elevazione. (In quanto caso particolare, neppure l’erezione sembra più prevista: sorprendente mutazione, biologica e simbolica, nella adolescenza maschile). Data la postura non è chiaro come il ragazzo possa raggiungere la scuola: ma in qualche modo deve esserci riuscito, poiché il padre incontra professori con cui, inevitabilmente, le orizzontali fatiche scolastiche del figlio comunicano poco.

 

A sorpresa, un giorno questo padre ottiene da lui il consenso a fare insieme una escursione in montagna. Confuso, non distinguendo più durante la salita se quello che lo lega al ragazzo adolescente sia sollecitudine materna o stizza post-paterna, lo perde di vista. Si volta verso valle, teme possa essere caduto: ma la frana che precipitava era solo quella della sua autostima. Il figlio lo sta già chiamando dalla vetta.

 

Entrambi i libri ci parlano dunque di maschi anagraficamente padri che, presi dal panico di dover incorporare un ruolo paterno, regrediscono interpretandone uno semplicemente ancor più biologico, elementare: la prestazione atletica o quella sessuale. I due romanzi descrivono due casi di depressione come i trattati di psichiatria non riusciranno mai a fare: con l’eleganza della letteratura, e la malinconia dell’occhio che li osserva, li capisce ma si congela in tristezza non riuscendo a guarirli. Depressione e malinconia sono due zone psichiche contigue che spesso si sovrappongono e si mescolano. La prima, però, si arresta a categoria patologica. Le manca il potenziale che in ogni epoca ha abitato la malinconia portandola – quando tesa in progetti gettati lontano – anche a creazioni poetiche o musicali. Qui, l’incapacità maschile di relazionarsi con amore – alla compagna nel romanzo di Scurati, direttamente al figlio in quello di Serra – si soffoca nell’autocommiserazione, per poi franare gradualmente nel limitato, irreversibile imbuto del sarcasmo. I due personaggi sono malati anche in quanto attendono una redenzione esterna: la cosa più lontana dallo spirito paterno, se mai è esistito da Omero in poi.

 

A questo punto, l’intervento guaritore mancante consisterebbe proprio in quelle sobrietà e lungimiranza che il versante non cruento della tradizione occidentale assegnava ai padri. La letteratura che plana su di noi non è invece parola del padre, ma solo parola sul padre. È il panico orfano del figlio: potenziale che il mito esprimeva da millenni nella nostalgia di Telemaco, come suggerisce un altro saggio di Recalcati (Il complesso di Telemaco, Feltrinelli) ed anche io anticipavo negli anni ’90 (in: Coltivare l’anima, Moretti & Vitali).

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