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Arcade Fire tornano con Reflektor dicembre 8, 2013

Filed under: Uncategorized — B. @ 7:30 am

Che sfrontatezza questi Arcade Fire. Già lo immaginiamo il nostro Win Butler, in versione Clint Eastwood d’annata, alle prese con il gioco del cerino: lo accende con un ghigno abbozzato, con un occhio lo osserva mentre gli si accorcia fra le dita, con l’altro misura la reazione degli astanti, aspetta che si consumi e, quando ormai tutti scommettono sull’immancabile scottatura, lo afferra dalla capocchia con l’altra mano, fino a che il fuocherello non si estingue da solo.
Va bene, esistono condanne peggiori del dover gestire la pressione di coniare il successore di “The Suburbs” un disco schizzato al numero uno delle classifiche americane, applaudito da musicisti, addetti ai lavori e pubblico (non da chi vi scrive, ma questo è secondario), con tanto di triplete in bacheca composto da disco di platino, Grammy e Brit Awards (più una pletora di altri premi minori), però possiamo immaginare che qualche notte insonne Win e la consorte  – nonché partner artistica – Régine Chassagne, l’abbiano pure trascorsa, magari memori delle proprie origini, non proprio preconizzanti futuri così radiosi.

In questi casi, per non farsi fregare dal timore di sbagliare, la regola numero uno è esorcizzare – si saranno detti i due – perché altrimenti non si spiega l’idea di collocare dieci minuti di droni registrati al contrario in una traccia nascosta inserita prima dell’inizio dell’album vero e proprio. Un gesto dadaista come lo sarebbe quello di piazzare il Monte Zoncolan nella tappa prologo del Giro d’Italia, e tutto sommato non così divertente come cantare “Ma vaffanzum” dinnanzi a una platea di porporati e poi scappare sul più bello. Si fatica a capire, insomma, ma per fortuna – un secondo prima dell’immancabile lancio di ortaggi – il cerino finalmente si spegne, ma la bella notizia è che non ci lascia al buio.
Già, perché gli Arcade Fire che escono da questa impasse auto-procurata mettono in mostra un’inusitata sinuosità: suoni e ritmi che, fino ad oggi, avevano forse lasciato intravvedere, ma di sicuro mai sviscerato. Ce lo avevano anticipato dapprima con la scelta di affiancare l’ambito cultore delle piste da ballo alternative James Murphy al re mida di “Suburbs” Markus Dravs, ma soprattutto con il brioso quanto complesso singolo omonimo che ha precorso l’album: ritmo è la nuova parola d’ordine, e da lì si muove tutto il resto.

Pare che tutto cominci da un viaggio che Win e Régine hanno fatto a Haiti, patria d’origine di lei, e dalle sue colorate composizioni di strada fatte di maracas, campane e fiati usati alla maniera dell’afro-music. Ma non sono le uniche suggestioni, intanto perché il disco è stato registrato non a caso in Giamaica, e poi perché Win non rinuncia, come già avvenuto in passato, a portarsi appresso le sue passioni oblique, che questa volta prendono le forme del fustigatore di costumi Søren Kierkegaard de “L’età presente”, e del regista cinematografico francese Marcel Camus, con la sua trasposizione in chiave moderna, ambientata a Rio alla vigilia del Carnevale, del mito di Orfeo ne “L’Orfeo negro”. Viaggi, musiche, film d’autore, scritti di filosofia, esotismi assortiti…ma ecco la soluzione: quanto paventato non può che indirizzarci verso quelle “operazioni centrifuga” che, in passato, nobilitarono le intuizioni di personaggi come David BowieBrian Eno e David Byrne.

Svelato l’arcano, il punto ora è capire se il gioco regge (leggasi, le canzoni), oppure se si tratta di un bluff: sfrontatezza, si diceva all’inizio, ma anche tanta ambizione, perché quello che non piacerà a molti, ma che farà spellare le mani ad altri, è che “Reflektor” è un album maledettamente ambizioso. Le regole di ingaggio sono assai chiare: strumenti a profusione, sezioni ritmiche a tratti articolate, un uso importante dell’elettronica ad alterare in modo decisivo gli equilibri propri della rock band, ma soprattutto un lavoro maniacale di banco, con la sala d’incisione usata come strumento a sé stante, come da manuale immaginario dei tre artisti di cui sopra. Di ambiziosa c’è anche la durata dei brani, che sforano in alcuni casi i cinque minuti, e in molti addirittura i sei, come a volersi prendere tutto il tempo necessario per sviluppare i temi, in una costruzione che ricorda – qui addirittura distribuita su due cd – le gesta con cui il David Bowie di “Station To Station” riuscì a mandare al tappeto persino una vecchia volpe come Lester Bangs. Anche qui, come in “Station To Station”, c’è del funky bianco, e anche qui, come in “Station To Station”, c’è David Bowie in carne e ossa, almeno nella title track. “Win, sbrigati a registrarla, perché sennò te la porto via e la metto nel mio disco”. “Eh no caro David, questa me la tengo stretta, se proprio vuoi cantaci sopra qualcosa, qui e subito”.

Detto, fatto, e così, in coda al supersingolo di quest’autunno, su una base afro-disco condita da sax e duetti vocali che inizia innocente e si ispessisce minacciosa cammin facendo, ecco materializzarsi la voce del vecchio Duca Bianco con l’afflato drammatico che solo lui possiede. Poi arriva “We Exist”, e qui lo chef consiglia di levare ai Boney M di “Daddy Cool” tutta la loro gioiosa kitscheria, rallentare ma non troppo i bpm al suo giro di basso e quindi di servire freddo, come solo un testo tipo “lasciate che ci fissino, se è tutto quello che possono fare, ma perderei il mio cuore, se mi allontanassi da te” potrebbe evocare. Il momento dub è immortalato da “Flashbulb Eyes”, che è giamaicana certo, ma sterilizzata dal folclorismo e vitaminizzata da stratificazioni elettroniche che travisano le chitarre e rendono l’atmosfera, manco a dirlo, sottilmente inquietante. Qualche spiraglio lo apre la schizofrenica “Here Comes The Night Time”, in cui si affrontano due cambi di tempo (come da usi introdotti sin dai tempi “Funeral”), col primo tiratissimo, che fa il verso al tradizionale rara haitiano e l’altro, rallentato, che curiosamente ammicca aiCure di “Close To Me”.
Ma il mood si fa di nuovo teso in “Normal Person”, un rock sintetico che potrebbe essere nella tracklistdell’ultimo Bowie di “The Next Day”, tanto quanto il boogie seguente “You Already Know”. Il primo cd si chiude con “Joan Of Arc”, ovvero come ti confeziono in venti secondi un riff killer da punksterarrabbiato e poi ci ricamo sopra una pop song anthemica da cantare tutti insieme nello stadio stipato. Cose non da tutti.

Nel secondo cd, la sceneggiatura cambia in modo sorprendente e appare ancora più nitida la nuova veste del combo canadese. Le atmosfere si fanno più meditate e dense di elettronica, dapprima con  una versione intimista di “Here Comes The Night”, poi con la saga dedicata ai moderni Euridice e Orfeo (la tenue ballata “Awful Sound” e la sua tesa risposta “It’s Never Over”), e quindi con l’ortodosso synth-pop di “Porno”. Segni di versatilità che si propagano cambiando stile, ma senza perdere un briciolo di smalto, in “Afterlife”, che rimanda dritti – con altrettanta ispirazione – alle situazioni di “Funeral”,  in un crescendo neworderiano di quelli che si attaccano addosso.
La chiusura è per la trasognata sinfonia sintetica “Supersymmetry”, in cui il gusto melodico si sposa con la sontuosità dei suoi arrangiamenti. Chiusura mica tanto, perché è ancora il turno del drone beffardo con cui ci è stato dato il benvenuto, cinque minuti questa volta, quasi come a sussurraci un “ragazzi, abbiamo scherzato”. E invece no, gli Arcade Fire sono tornati a fare sul serio e non lo mandano a dire, con settanta minuti di musica di grande livello, un fiammifero acceso fra le dita e il sorriso beffardo di chi, in cuor suo, sa di aver fatto centro. Con buona pace di tutti gli astanti.

(01/11/2013)

 

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