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Identità come archetipo maggio 5, 2013

Filed under: Riflessioni sociali — B. @ 10:16 am

Identità come archetipo

  • Se ci spostiamo dall’Africa all’India scopriamo un altro vertice di osservazione che descrive un livello in cui l’identità non coincide con le nostre identificazioni. Infatti, l’esigenza di ridurre intellettualmente a unità le esperienze è sovente un’esigenza al contempo emotiva e mentale. Nella disciplina della concentrazioneosservante la pluralità non costituisce fonte di turbamento  anzi rivela una indecifrabilità e consistenza dell’essere che si esprime attraverso e al di là delle forme.Inoltre, se l’occidente  pensa all’identità a partire da un criterio di esclusione, applicando cioé in primo luogo il principio di non contraddizione (quindi se A è A non può essere B), in oriente il principio di identità è mosso da un’aspirazione all’inclusione (A è presente in B, C, D ecc.).

    Il brahman è così identico a sé stesso che non vi è spazio per differenziarlo da alcunché – e tanto meno da noi stessi. L’ identità precede le identificazioni.Ramana Maharshi, il più famoso mistico indiano del secolo scorso raccomandava ai suoi discepoli di meditare su un solo mantra: «Chi sono io?»

    Nella Brihandaranyaka Upanishad, infatti, la coscienza dell’ io sono (la radice ultima dell’identità) precede la creazione: questo è l’incipit di ognisentire: già c’è quando null’altro ancora esiste, quando nessuna equazione di similitudine o dissimilitudine è possibile. Prajapati, (il Primo Uomo che è anche il principio cosmico della creazione), nella sua solitudine sa di essere sé stesso prima ancora che esista alcunché di ‘altro’ con cui confrontarsi. In questa prospettiva la coscienza di Sé, l’Io che osserva, precede e fonda le successive identificazioni e non potrà in alcun modo coincidere totalmente con le forme mutevoli che queste assumono nel corso del divenire.

    «in verità allora il mondo era indifferenziato. Si differenziò solo per nome e forma»… ma il nome e la forma sono la traccia dell’identità iniziale che precede la forma e prendendo coscienza si fa creatrice… [Panikkar 1995]

     Ne consegue che questa «identità iniziale che precede la forma», questo  Io della Presenza non coincidono in alcun modo con le identificazioni rigide che definiscono escludendo. L’identità superiore è ‘neti neti’ né questo né quello. L’ego delle identificazioni – ciò che ci fa dire «Io sono questo quello» –  non coincide con quella dimensione che osserva ed è testimone –  con la vera base percettiva, psichica e spirituale di ogni esperienza e di ogni identificazione.

    A partire da questa consapevolezza, le sentenze filosofiche ‘Tu sei quello’ (tat tvam asi) e ‘Né questo Né quello’ (neti neti)  diventano chiavi di accesso a una modalità di intendere l’identità come campo di una Presenza elusiva ed onnicomprensiva.

    L’Oriente ci invita dunque con varie modulazioni a esperire ciò che possiamo scoprire della Realtà oltre le identificazioni e illusioni egoiche. 

    Aggiornando la lezione indiana Raimon Panikkar ci invita a guardarci dall’idea dell’assoluta trasparenza e comprensibilità di quella Realtà che attraversa anche le forme parziali di quelle che chiamiamo ‘identità’.

    Non esiste un essere assolutamente identico a  Sé stesso, l’auto-identità implicherebbe un riflesso assoluto (totale) (un A identico ad A). Ogni essere, non escludendo un possibile Essere Supremo presenta un residuo opaco, un aspetto misterioso che sfida la trasparenza. Il mistero e l’opacità dell’identità sono fondamento della libertà e la base del pluralismo…» [ibid.] 

    Va inoltre ricordato che un tale approccio non è solo eredità dell’oriente come evidenziato da un neti neti radicato nella tradizione occidentale, il ‘né né’ di san Paolo, che afferma che nel Mistero non vi è elezione, non vi è né schiavo né padrone, non v’è né maschio né femmina [Galati 3]. Il  come se diventa allora come se non… «chi è sposato sia come se non lo fosse, chi piange come se non piangesse, chi gioisce come se non gioisse, chi compra come se nonavesse proprietà, e chi fa uso del mondo come se non ne abusasse…» [Efesini 7]. In quel come se non si cela forse il segreto di quella forma del desiderio umano che potremmo chiamare aspirazione, desiderio che dietro i veli delle identificazioni e degli attaccamenti preme per essere ascoltato. E’ l’altro e l’altrove che ci interpella e sollecita negli eventi della nostra vita, il doppio ‘che non ci lascia stare’,  il genio che ci scegliamo prima di nascere come diceva James Hillman, riprendendo Platone. Questo Io superiore (o Sé, o come altro lo si voglia chiamare) non è solo l’assolutamente altro, ma ciò che nella contingenza ci connette attraverso i ‘djinn’, le sincronicità, gli amori, i conflitti…

    L’immagine: Filemone, dal Libro Rosso di Jung.

da quelcherestadelmondo.wordpress.com

 

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