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L’istituzione ossessiva (procedure e controllo) aprile 28, 2013

Filed under: Contemporanea,Riflessioni sociali — B. @ 9:48 am

L’istituzione ossessiva (procedure e controllo)

51CoxgjI2lL._SL500_AA300_Segnalo l’uscita in libreria del libro di Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli  Oltre la paura, cinque riflessioni su criminalità, società e politica (Feltrinelli 2013) Così la quarta di copertina: «A fronte delle continue proposte di aumentare le pene, di incrementare la presenza e la visibilità delle forze di polizia e di adottare una politica di rigore nei confronti del degrado e delle inciviltà, di cui gli stranieri sarebbero i principali portatori, la sensazione per chi studia la “questione criminale” è che pochi opinion leader possiedano una conoscenza approfondita del campo penale, vale a dire di quella rete di istituzioni (tribunali, carceri, ospedali psichiatrici giudiziari, servizi sociali, case di lavoro, case di rieducazione, riformatori giudiziari ecc.) e di varie forme di relazioni supportate da agenzie, ideologie, pratiche discorsive, tra cui i saperi criminologici, sociologici, psichiatrico-forensi. Questo libro intende contrastare la tendenza diffusa ad adagiarsi su soluzioni preconfezionate in un dibattito pubblico sclerotizzato, fornendo in modo semplice e chiaro alcuni spunti di riflessione sulla dimensione penale, che possono essere utili come armamentario argomentativo per chi si interessa di politica. È un saggio di “criminologia politica”, che non discute quale politica del diritto – sociale, penitenziaria e del controllo – sia più opportuno adottare per obiettivi specifici, approfondisce invece i fondamenti delle attuali politiche di sicurezza allo scopo di orientarle in senso democratico, in funzione di un progetto di società civile e aperta, che sappia andare oltre la dimensione della paura nella convivenza.

Sulla questione delle procedure come spinta istituzionale al controllo ha scritto un bell’articolo Roberto Esposito (Ossessione valutazione) su Repubblica del 17 febbraio. Lo spunto è la valutazione in ambito universitario ma la questione riguarda la macchina del sapere nel suo insieme e dei modelli invisibili che orientano le scelte epistemologiche che orientano la valutazione dei processi sociali.  Roberto Esposito scrive tra l’altro:

«Come identificare criteri di valutazione oggettivi, soprattutto in ambiti di studio inevitabilmente governati da logiche soggettive, come quelli umanistici? E a chi compete la scelta dei valutatori – al ministero, ad altri valutatori, alla comunità scientifica nel suo complesso? Sono tutte questioni di problematica risoluzione, che però rischiano di precipitare l’intero sistema universitario in una sorta di gigantesco imbuto da cui non sarà facile uscire. Per coglierne l’origine, tuttavia, è bene arretrare lo sguardo allo sfondo retrostante – epistemologico e storico – a partire da cui questa grande macchina si è messa in moto. E cioè da una svolta che riguarda, prima ancora di decisioni politiche o di opzioni tecniche, l’intero regime del sapere contemporaneo.

Jerome Kagan, nel suo saggio su Le tre culture (Feltrinelli), lo descrive come un sistema solare in cui la fisica è il sole e la matematica il suo nucleo ardente. Se chimica e biologia sono i pianeti più vicini, su orbite più distanti ruotano economia, sociologia e politologia. Ancora più lontano orbitano storia e filosofia, mentre la letteratura e le arti si situano ai confini esterni di questo campo di forze. La partita decisiva, che ha determinato a lungo l’orientamento delle scienze sociali, è stata quella giocata tra fisica e biologia agli inizi dell’Ottocento, per essere vinta, almeno fin ad un certo momento, dalla prima. Che nella sede della Social Academy of Science di Washington si accampi la statua di Einstein e non quella di Darwin, la dice lunga a riguardo. Il polo di attrazione per l’economia come per la politologia, per la sociologia come per la linguistica, è stato il paradigma fisico-chimico, e non quello biologico. Ciò ha avuto conseguenze decisive nella vittoria di un sapere delle costanti su un sapere delle variabili. A differenza di ogni tipo di vita, soggetta ad una continua variazione, la struttura dell’ossigeno o la velocità della luce non mutano. Mentre i fisici tendono a spiegare fenomeni ad alta complessità con il minor numero di categorie, i biologi sono abituati a differenziare il proprio approccio per quante sono le infinite specie viventi, procedendo dall’astratto al concreto. Ciò che conta, per essi, assai più delle scale numeriche o degli algoritmi, è il contesto storico, ambientale, simbolico, all’interno del quale un fenomeno assume significato. Da allora la strada intrapresa dalle scienze sociali non ha più mutato direzione. Se l’economia adottava criteri sempre più rigidi – a partire dall’idea che gli individui tendono comunque a massimizzare i propri interessi – la scienza politica si specializzava nell’analisi dei modelli istituzionali e dei flussi elettorali. Quanto alla sociologia, dopo la breve parentesi della teoria critica di Adorno e Horkheimer, già con Lazarsfeld e Merton si convertiva a criteri bibliometrici, sostituendo la filosofia e la storia con sondaggi di opinione e analisi di mercato. Non è un caso che il modello sintattico formale per la linguistica, la teoria dell’intelligenza artificiale e i primi passi delle neuroscienze risalgano più o meno alla stessa fase – che è quella dell’invenzione dei sistemi elettronici di informazione. Da quel momento, quanto più le scienze sociali si approssimavano ai paradigmi di quelle naturali, tanto più cresceva la fiducia nella loro capacità di risolvere problemi di grande portata. Ma, con essa, anche il pericolo di fallire i loro obiettivi, perdendo il rapporto con una realtà sfuggente a qualsiasi codificazione. Ciò che rendeva quei saperi formalizzati altamente friabili all’impatto con l’esperienza è il fatto che gli atteggiamenti umani mantengono un tasso di irregolarità, e anche di irrazionalità, che ne riduce drasticamente la prevedibilità. Contrariamente alle aspettative degli scienziati sociali, le opzioni, individuali e collettive, variano in funzione del tempo, del luogo, del ceto sociale, della cultura in una forma che tende a rompere ogni schema previsionale. Sentimenti, risentimenti, emozioni, attrazioni determinano le nostre scelte non meno degli interessi e dei calcoli. A questa difficoltà di ordine epistemologico, si aggiunge un dato di carattere storico e, per così dire, geopolitico. Come osserva Valeria Pinto in un bel saggio già richiamato su queste pagine (Valutare e punire, Cronopio), l’identificazione della conoscenza con modelli computazionali in America nasce da una sorta di riconversione della strategia militare al terreno del sapere. Teoria dei giochi, teoria della decisione, pianificazione, calcolo costi/benefici derivano tutti dall’ambito della competizione bellica. In particolare la riorganizzazione della ricerca scientifica nasce, negli anni Cinquanta e Sessanta, dalla necessità degli Usa di rispondere al predominio sovietico in campo astrofisico. In età reaganiana questa applicazione del management alle procedure cognitive ha assunto una rilevanza ancora più accentuata. È la stessa che poco dopo sbarca in Europa prima con l’allineamento dell’Inghilterra thatcheriana e poi con l’adozione generale di tale modello produttivistico. L’unica forma di scienza accettata, e dunque finanziata, è quella produttiva di utilità sul breve periodo. È proprio su questo presupposto, però, che con la crisi economica, l’intero sistema rischia di implodere. Una volta sospesa la legittimità di ogni tipo di sapere alla performance economica, il rischio che venga ingoiata nel gorgo dei debiti sovrani si è fatto tangibile. Quando la regina Elisabetta, in visita alla London School of Economics, ha chiesto agli economisti come mai non si fossero accorti della crisi incipiente che avrebbe messo alle corde l’intero pianeta, è come se si fosse strappato un velo. La scienza più corteggiata da imprese e governi appariva di colpo nuda davanti al più clamoroso dei fallimenti. È auspicabile che, prima che sia troppo tardi, si eviti di propagare questo clamoroso default all’intero campo del sapere.»

Tra le righe si capisce che proprio i pianeti più esterni (letteratura, arte, filosofia – e aggiungerei psicoanalisi in senso ampio )  potrebbero maggiormente  contribuire a una comprensione ‘narrativa’ dei fenomeni sociali riportando anche le questioni di valutazione e controllo nell’orizzonte della partecipazione e della comprensione soggettivante e plurale delle vicende complesse che ci interpellano nei  fenomeni sociali.

Un esempio banale ma non troppo: la valutazione dei fattori di rischio per la salute in fabbrica. Quando i lavoratori rivendicarono nei consigli di fabbrica il diritto di dire la loro sulla propria salute misero l’accento non solo sula qualità dell’ambiente di lavoro (caratteristiche dei locali come dimensioni, illuminazione, aerazione, rumorosità ecc.) ma anche su elementi più strettamente psico-sociali connessi all’attività lavorativa vera e propria quali: tipo di lavoro, posizione disagevoli per il lavoratore,  monotonia, ripetitività, ritmi eccessivi, saturazione dei tempi, turnazioni,  orario di lavoro giornaliero, orario settimanale, estraneità e non valorizzazione del patrimonio intellettuale e professionale, ansia, responsabilità, frustrazioni, e tutte le altre cause diverse dalla mera prevenzione normativa dei possibili incidenti ‘fisici’ sul lavoro (‘Mettere il casco’, ‘Non mettere le mani nella sega elettrica’). Fattori di prevenzione che non erano stati individuati  da uno sguardo valutativo che escludeva le ‘narrazioni’  delle persone coinvolte.

da quelcherestadelmondo.wordpress.com

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