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Materiali di studio e approfondimento

Eleonora de Conciliis, La stupidità quale forma del disagio psichico nel tardo capitalismo aprile 13, 2013

Filed under: Uncategorized — B. @ 9:44 am

Da Kainos due riflessioni dedicate alla forma che il disagio psichico assume nel tardo capitalismo: quella della stupiditàUna crisi del processo di soggettivazione (o costruzione del sé) che impedisce agli individui di entrare in relazione significativa con se stessi e con il mondo. Se il secolo della psicanalisi è stato quello della nevrosi, il nostro tempo è quello della psicosi, un disturbo che,  bloccando il passaggio dall’immaginario al simbolico, impedisce l’accesso a sé, alla comprensione del significato, alla lettura della realtà.

Recensioni di Elena de Conciliis, Pensami stupido! La filosofia come terapia dell’idiozia, Mimesi, 2008; e Massimo Recalcati,L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicanalitica,Raffaello Cortina, 2010.

Eleonora del Conciliis su Pensami stupido!

Pensare è comparare: nella cultura occidentale, l’intelligenza filosofica ha potuto esercitare il suo fascino ed affermarsi come lussuosa forma di superiorità individuale, solo attraverso un continuo ma inconfessabile confronto con il suo più debole termine di paragone: la stupidità [un rinchiamo, in effetti, esplicito in molti passaggi filosofici, in Eraclito, ad esempio, uno dei primi a parlare di “idiotismo” nel senso greco di “chiuso nel proprio particolare, privato”, o in Aristotele che nel De anima e nelleetiche spiega come si diventi uomini – cioè come si diventa ciò che si é -, sviluppando l’anima sensibile e l’anima razionale. Nota mia]. Quest’oggetto necessario, benchè nascosto, disprezzato o addirittura temuto dal pensiero, ha tuttavia una vita storica: se ne può fare la genealogia. Perciò il compito della filosofia, una volta denunciata senza ipocrisie la propria impura origine comparativa, consiste nel comprendere le trasformazioni epocali, le nuove metamorfosi della stupidità: se da un lato essa appare sempre più diffusa nella popolazione dell’Occidente come una specie di demenza senile, dall’altro ha assunto i tratti consumistici, mediocri e volgari dell’infantilismo di massa.Pericolosamente sottovalutati sia dalla politica che dagli ambienti accademici, oggi questi caratteri morbosi rischiano di colonizzare – di inebetire – proprio quelle forme di superiorità intellettuale che nel moderno li hanno usati come termine di confronto per la loro egemonia: il potere e la cultura.
Di fronte a tale inquietante contaminazione, che sembra indicare una regressione involutiva di homo sapiens, soltanto la filosofia, pur trovandosi anch’essa assediata dalla stupidità, può forse giocare il ruolo, tutto femminile, di critica del potere e della cultura, diventando così un’ironica terapia dell’idiozia”.

Con questo primo percorso intendo inaugurare sul neonato portale di Kainos un nuovo spazio di ricerca e di dialogo con i lettori e gli studiosi che vorranno intervenire, dedicato alle forme che nell’Occidente moderno (ma non solo) ha assunto e sta assumendo il processo di soggettivazione, definito anche, in sede antropologica, ‘processo di ominazione’ (cfr. sprt. L. Bolk, Il problema dell’ominazione, DeriveApprodi, Roma 2006), ed inteso come il processo in virtù del quale ogni cucciolo di uomo, uscendo dalla sua muta animalità ed entrando nel linguaggio, ossia compiendo ontogeneticamente il salto dalla natura alla cultura, diventa soggetto, singolarità, individuo con un volto unico ed inconfondibile, con una propria identità più o meno stabile, pur se scomponibile e riconducibile a fattori genetici, ambientali, sociali, ecc.

L’interesse per questo tema, che si snoda a cavallo tra filosofia e storia dei sistemi di pensiero (ciò che Michel Foucault insegnava al Collège de France), antropologia ed etnologia, sociologia e psicologia o psicoanalisi, deriva dall’esigenza di offrire ai lettori di Kainos una mappatura adeguata ed esauriente, sebbene non specialistica, dei numerosi livelli di senso che ha dischiuso e dischiude il divenire-individui nella nostra civiltà, ovvero, in particolare, nell’Occidente moderno e post-moderno: nessuno di noi, tantomeno il filosofo e lo studioso, può esimersi dalla fatica di diventare-soggetto, correndo tutti i rischi che questo irreversibile percorso comporta, poichè esso finisce col coincidere con ciò che comunemente chiamiamo ‘vita’, nella sua irripetibile unicità. La dimensione affettiva, psico-sociale della soggettivazione, che esamineremo insieme, è stata tuttavia sovrastata, nella scelta di un primo nucleo di problemi da discutere, dagli altrettanto numerosi segnali che il presente ci offre, relativi ad un’inquietante de-soggettivazione dell’uomo occidentale, ad un suo più o meno palese indebolimento psichico ed esistenziale, che si accompagna sempre all’insorgenza ormai epidemica di forme psicotiche di comportamento (essendo stata la nevrosi una forma di disagio tipica, piuttosto, dei due secoli passati), e ad una ormai macroscopica incapacità di temporalizzare la propria individualità (cfr. su ciò sprt. i testi di Z. Bauman: Il disagio della postmodernità, La società individualizzata, Modernità liquida, Amore liquido, Vite di scarto, ecc.), cioè, in termini assai banali, di darle un senso; in termini lacaniani, di farla accedere dal registro semi-afasico dell’immaginario a quello, linguisticamente strutturato e dunque propriamente soggettivo, del simbolico. Ho tradotto tale emergenza del pensiero, che già Deleuze aveva da par suo segnalato in Differenza e ripetizione (dove parlava con seria ironia di “genitalità del pensiero”), con la sigla formal-trascendentale di stupidità, che però qui assumerà anche un altro risvolto semantico-processuale, quello di istupidimento.

I termini del problema

Se infatti andiamo a dare uno sguardo ai testi (v. bibliografia, infra) che sia i secoli trascorsi quanto gli ultimi decenni hanno prodotto sul complesso fenomeno della stupidità (nella sua elastica ed equivoca relazione con l’idiozia, l’imbecillità, la demenza, la follia, ecc.), ci accorgeremo che esistono in merito due diverse, sebbene non opposte direttrici di pensiero:

1) la strada propriamente filosofica (in particolare strutturalista o post-strutturalista), che considera la stupidità un fenomeno trascendentale, dunque come il rovescio-limite dell’intelligenza umana, ed è stata tracciata, oltre che dallo stesso Deleuze e da alcuni grandi scrittori del XIX secolo (che hanno descritto la stupidità ‘colta’, ad es. quella di Bouvard e Pécuchet o dell’idiota di Dostoevskij), sprt. da psicologi e decostruzionisti;

2) la strada sociologico-processuale, che è quella che io stessa ho cercato di percorrere sulle orme di ben più illustri predecessori (da Musil ad Adorno a Enzensberger), per la quale invece la stupidità, come prodotto di specifiche relazioni di potere-sapere, dunque come fenomeno sociale e genealogico, inquieta la filosofia proprio perchè ha un indice storico-politico e subisce delle significative mutazioni epocali.

La tesi che porterò avanti nella nostra discussione on line è dunque la seguente: non solo la stupidità contemporanea, prodotta dal tardo capitalismo, dalla cosiddetta postmodernità, è qualcosa di completamente nuovo rispetto a quella osservata da Flaubert e dallo stesso Marx, o a quella santificata da Dostoevskij ne L’idiota; ma, nella sua pervasività occulta, essa costituisce per la prima volta una seria minaccia per l’intelligenza occidentale, e forse addirittura tout court per l’intelletto umano1.

Di questa seconda declinazione del fenomeno, da molti descritto come patetico rimpicciolimento e/o mediocrizzazione della soggettività, costituisce una testimonianza lucida (e ben più autorevole della mia) un passo tratto da un tardo scritto di Jean Baudrillard, recentemente pubblicato in Italia (L’agonia del potere, Mimesis, Milano 2009, pp. 40-41), che potrebbe fungere da provocatorio esergo al nostro percorso:

La banalità è il vero porno di oggiLa stupidità dei reality, espressione di se stessi come ultima forma della confessione di cui parlava Foucault, […] corrisponde al diritto (e al desiderio) imprescrittibile di non essere Nulla e di essere guardati in quanto tali. Ci sono due maniere di scomparire: o si esige di non essere visti (è la problematica attuale del diritto all’immagine), o si cade nell’esisbizionismo delirante della propria nullità.

La nostra civiltà dell’immagine, caratterizzata da un patologico dominio (o, che è lo stesso, da una ossessiva tutela) dell’immaginario che sbarra l’accesso al simbolico,mostra una nuova tendenza alla superfluità del pensiero, quindi all’atrofia della soggettivazione come referente processuale del pensiero stesso: per Baudrillard, nella digitalizzazione artificiale del pensiero, come dell’immagine, c’è qualcosa che “rende manifesta tanto la perfezione di entrambe come la loro assoluta negazione. […] Congiura perfetta del reale (considerato come la malattia infantile dell’intelligenza giunta al suo stadio supremo, quello dell’intelligenza artificiale), congiura perfetta dell’immagine (considerata come la malattia infantile della rappresentazione).” (L’agonia del potere, p. 45)

Il reale, criminalmente perfezionato, ovvero iper-realizzato sia dalle immagini che dall’intelligenza informatica, perde la sua stessa perdibilità strutturale, ossia, sempre per usare dei termini lacaniani, la possibilità di essere barrato dal significante, e facendo regredire il parlante ad uno stadio anteriore a quello dello specchio, lo fa scivolare verso una fase letteralmente in-fantile, pre- o infra-linguistica, che, come tale, è facile preda dell’idiozia e/o della schizofrenia. Del resto lo stesso Baudrillard, nel suo capolavoro Lo scambio simbolico e la morte (1976, trad. it. Feltrinelli, Milano 2002, p. 150), aveva profetizzato che le nostre società, di solito considerate nevrotiche (per cui il moderno ha pagato la Kultur e la soggettivazione con il disagio: è l’ipotesi freudiana), sono ormai sul punto di diventare psicotiche, cioè di perdere l’accesso al simbolico (per cui l’ingresso/regresso nel postmoderno coinciderebbe con l’avvento di una nuova forma di stupidità). Resta da capire in quale misura la demenza incipiente sia il frutto di un’atrofia e/o di un’ipertrofia dell’intelligenza occidentale; se cioè le forme psicotiche di de-soggettivazione che si esibiscono e/o si nascondono nella nostra società mediatica (in tv, in internet, nelle aule parlamentari, nelle università, ecc.), siano prodotte, come mi azzardo ad ipotizzare, tanto dall’intensificazione estrema, cioè dall’eccesso di intelletto individualizzato (ipertrofia come cretinismo intellettuale, estenuazione), quanto dalla debordante auto-rappresentazione di individui ormai scaricati dalla cultura, o meglio mai plasmati dal registro del simbolico (atrofia come cretinismo dell’ignoranza, abbrutimento). In entrambi i casi, si tratta di fenomeni psico-sociali che oscillano significativamente e pericolosamente tra la stupidità e la schizofrenia: la prima funge da fondale, è il rumore di fondo della postmodernità; la seconda esplode nei comportamenti, è il grido che lacera il cicaleccio mediatico, quando ad esempio un individuo borderline manifesta all’improvviso il suo vuoto interiore, la sua insensatezza, la sua destrutturazione simbolica, il suo silenzioso delirio.

Fare sociologia della filosofia

Secondo Pascal (uno dei primi ad interessarsi alla bêtise indotta dal divertissement), la vera filosofia si prende gioco della filosofia. Allo stesso modo, per assumere un atteggiamento idoneo ad indagare il fenomeno della stupidità, è necessario prendere le distanze dalla serietà del discorso speculativo, guardandolo da una prospettiva esterna, altra, che potrebbe essere quella sociologica, e simulando la stupidità stessa, in primo luogo quella filosofica. Nella prospettiva deleuziana, infatti, nessuno può decostruire la filosofia, e la stupidità che in essa si nasconde, meglio del filosofo; tranne, si potrebbe aggiungere, il sociologo, ma a patto che sia anche filosofo.

Per stanare la stupidità nascosta nel pensiero bisogna, in altri termini, fare sociologia della filosofia; ciò permette, da un lato, di smettere di considerare il discorso filosofico in modo auto-referenziale, dall’altro di osservare nella società contemporanea le linee di sviluppo già presenti che tendono a ridicolizzare, e dunque a rendere superflua la filosofia, facendoci di fatto entrare in un’epoca post-filosofica.

C’è un film ‘demenziale’ del 2006, Idiocracy (diretto dal regista televisivo Mike Judge e malamente interpretato dall’eroe di Lost, Luke Wilson), che mi sembra particolarmente adatto ad illustrare il carattere irriverente della sociologia nei confronti della filosofia. Vi si descrive infatti, con grande abbondanza di rinvii alla situazione attuale, la possibile involuzione dell’intelligenza umana nei prossimi tre o quattro secoli: non si tratta di una narrazione fantascientifica, bensì di una narrazione fanta-sociologica, poichè viene semplicemente sviluppato il nostro presente.

I due protagonisti, il militare Joe e la squillo Rita, vengono scelti come cavie per un esperimento top secret del governo americano e ibernati. Intanto gli individui più intelligenti del pianeta smettono di riprodursi (si ricordi che già oggi negli Usa esistono associazioni childrenfree, i cui membri non fanno figli ed escludono i bambini da ogni loro attività), si blocca ogni residua parvenza di selezione naturale e nel giro di poche generazioni il Q.I. degli umani prolifici precipita verso il basso. Quando i due si risvegliano, nel 2505, la popolazione terrestre appare ormai composta esclusivamente da individui che oggi definiremmo ritardati, incapaci di ogni problem solving e terribilmente infantili. Appare cioè realizzata la tendenza che, nel film (purtroppo non nella realtà), viene consapevolmente indicata come già operante al momento in cui i vertici statunitensi decidono di sperimentare l’ibernazione (destinata agli individui migliori) su cavie prive di ogni qualità: il graduale istupidimento del genere umano. Il militare mediocre (scelto proprio per la sua mediocrità) e la prostituta (scelta per un capriccio del militare deputato all’individuazione del ‘soggetto’) si trovano così catapultati in un mondo dove la stupidità quotidiana della ordinary people è portata alle estreme conseguenze: il linguaggio si è imbarbarito al punto tale che anche il professore più togato o il più raffinato degli intellettuali si esprimono a colpi di parolacce e in gergo da strada, la televisione trasmette solo pubblicità e programmi con protagoniste donne molto poco vestite e umorismo di bassa lega, i computer sono estremamente mal programmati e commettono errori su errori, lo smaltimento dei rifiuti semplicemente non esiste e la gente vive in mezzo a montagne di pattume…

In questo scenario tanto apocalittico quanto esilarante (e terribilmente familiare), il Q.I. di Joe e Rita, peraltro esposti ad ogni sorta di disavventura dell’intelligenza, risulta incredibilmente alto; dopo aver tentato la fuga, i due vengono catturati e, scortati dalla polizia, portati alla presenza del Presidente degli Stati Uniti Camacho, campione di wrestling ed ex pornostar. Costui chiede a Joe, in quanto uomo più intelligente del mondo, di risolvere il tremendo problema della siccità e della carenza di cibo, che affligge la popolazione americana. Le colture infatti non vengono irrigate con acqua (usata solo per lo scarico dei cessi), ma con una bevanda energetica simile al Gatorade. Dopo vari, infruttuosi tentativi di argomentare razionalmente, Joe decide di convincere i ministri del fatto che lui è in grado di parlare con le piante, le quali gli hanno detto che preferiscono bere acqua e non Gatorade. Il licenziamento dei lavoratori della multinazionale che produce la bevanda e la lentezza della ri-fertilizzazione del terreno spingono però i vertici Usa a condannare Joe alla riabilitazione (cioè ad essere fatto a pezzi in diretta da macchine circensi in stile Mad Max). Egli viene salvato dalle immagini inviate in tv da Rita, che mostrano i primi germogli crescere nei campi irrigati. Joe viene così proclamato salvatore della patria nonché vicepresidente degli Stati Uniti, col compito di risolvere gli altri problemi che affliggono il mondo. Di lì a poco viene eletto Presidente.

* * *

Idiocracy dimostra in forma omeopatica, ovvero con la volgarità del kitsch, una vecchia tesi storicistica, quella della irresiduale reversibilità dell’umano che fa pendant con la sua straordinaria plasticità: se tutto è storia, anche l’intelligenza può morire, e la cosa farebbe a sua volta morire dal ridere.

A volerlo leggere ironicamente, senza presunzioni narcisistiche relative alla superiorità dihomo sapiens sulle altre specie del pianeta, il presente mostra molti segni di imminente scomparsa dell’intelligenza individuale. La stupidità si fa avanti come forma collettiva, intemporalizzante ed autocompiaciuta di esistenza dell’Occidente nella sua virale (globale) invasione del pianeta, o meglio di indefinita sopravvivenza della società dei consumi, nella quale proprio l’individuo rende manifesto e dominante ciò che oggi sembra soltanto insinuarsi come un segreto rifiuto: la rinuncia alla fatica della soggettivazione –l’indebolimento della volontà di costruzione dell’intelligenza soggettiva a favore di godimenti immediati, supporti pseudo-culturali e protesi esterne di un io immaginario (cioè tecnologia del divertimento, turismo predatorio, destinalità del capitalismo, relazioni usa-e-getta, insomma tutto ciò che Zygmunt Bauman chiama, non senza un certo moralismo, ‘modernità liquida’). L’esaltazione in-finita (cioè letteralmente non finita, bulimica, destrutturata e dstrutturante) dell’individualismo ne sarebbe, in tal senso, l’inquietante promessa di morte; e la morte anoressica del soggetto (non dell’uomo foucaultiano, che invece continua ad esistere, appunto, ad infinitum) sarebbe il compimento rovesciato, ma già percepibile, dell’individualismo occidentale, a favore della stupidità tirannica dell’oggetto (la Cosa lacaniana).

Ancora una volta, è Baudrillard a cogliere la potenza ironica e fatale della stupidità, nella sua forma involuta e infantile, promossa e quindi prodotta dalla materna e meccanica (infernale) oblatività del capitalismo occidentale:

il sociale diventa mostruoso e obeso, si dilata, diventa avvolgente e protettivo, un corpo mammario, cellulare, ghiandolare, che un tempo si inorgogliva dei suoi eroi, e oggi si àncora ai suoi handicappati, ai suoi tarati, ai suoi degenerati, ai suoi debilitati, ai suoi asociali, in una gigantesca azienda di maternità terapeutica. (Le strategie fatali, trad. it. Studio Editoriale, Milano 2007, p. 53).

É stato invece Slavoj Žižek (cfr. Il godimento come fattore politico, Cortina, Milano 2000) a mostrare come l’ingiunzione infantilizzante di cui vive il consumatore (godi!), segni la fine dell’ordine simbolico dominato dall’intelligenza.

La stupidità postmoderna, in quanto immediata (realmente post-simbolica e immaginariamente rappresentata) forma di accesso al godimento, appare insomma simile ad una fatale patologia regressiva del sociale, inindagata da Freud (cfr. sprt. Psicologia delle masse e analisi dell’Io) in quanto posta al di là delle nevrosi soggettive dell’Occidente moderno, quindi un morbo non curabile con una diagnostica e tantomeno con una terapia marxiana che mutui le sue categorie da Freud o da Lacan (come tenta di fare lo stesso Žižek). L’implosione dell’intelligenza occidentale sembra piuttosto preannunciare il sorriso dei filosofi orientali, un sorriso quasi ebete senza (più) soggettivazione come ultimo, catatonico stadio della filosofia.

In quanto ha colonizzato l’intero pianeta, Oriente compreso, il capitalismo ha ora più bisogno della stupidità; per sopravvivere alla sua stessa stupidità esso necessita di una nuova forma di idiozia che gli permetta di obbedire e far obbedire all’infinito all’ingiunzione economica di godimento; ma, con un perverso circolo vizioso, il capitalismo è in crisi proprio a causa della stupidità con cui gestisce le risorse finite di tale ingiunzione, sostenuta ad es. dall’immaginaria infinità del capitale finanziario.

In una prospettiva psico-politica, infine, l’attuale morbo della stupidità appare come il rovescio pericolosamente fascista del capitalismo: grottesco ibrido di vecchiaia e puerilità, di ingenuità infantile e demenza senile, esso contamina come una metastasi linguistica il moralismo laido ed ipocrita delle categorie ‘adulte’ con cui ancora ci sforziamo di strutturare la realtà; decomponendo il linguaggio, come fa il tempo con il ritratto nascosto di Dorian Gray, la stupidità costituisce lo specchio in cui il soggetto occidentale evita di guardarsi.

Per il dibattito

É chiaro che una posizione diagnostica di questo tipo fa scattare automaticamente quello che Pierre Bourdieu chiamerebbe ‘razzismo dell’intelligenza’: colui (o peggio colei) che, simile ad una vox clamansnel deserto, annuncia la morte dell’intelligenza (un po’ come l’uomo folle della nietzscheana Gaia scienza annunciava quella di Dio), viene immediatamente accusato di essere …stupido. Sempre per usare una terminologia cara a Bourdieu, il campo accademico, che legittima se stesso come campo d’interesse al gioco dell’intelligenza, quindi legittima tout court l’intelligenza ad essere ciò esso definisce come tale (secondo la circolarità della sociodicea dei valori), escluderà una tale posizione come presuntuosamente intelligente, perchè (mi si perdoni il gioco di parole) prende una posizione non prevista dal partage ufficiale intelligenza/stupidità. E soprattutto perchè non fornisce ricette ‘terapeutiche’ allo scardinamento dello stesso partage come relazione archetipa di potere-sapere, cioè non prevede la pars construens richiesta dall’accademia politically correct.

Il ‘campo’ dell’intelligenza presuppone la stupidità (nel senso che la sua costruzione è favorita dalla stupidità dei più), ma al tempo stesso la produce come ‘habitus’. Quello che gli riesce insopportabile da pensare, è la vendetta della stupidità come ‘habitus’ che produce a sua volta un nuovo ‘campo’, in cui l’intelligenza non ha più alcun valore, nè sociale, nè culturale, nè politico. Se insomma la stupidità è un morbo, la terapia sta nel fatto che non c’è una terapia. Qualora infatti si indicasse una terapia, essa sarebbe consigliata paternalisticamente da coloro che, presumendo di sfuggire al morbo, ne sono in realtà i maggiori propagatori. La denuncia del millenario governo pastorale della stupidità richiede invece l’indicazione dell’emergenza irredimibile di nuove forme di demenza sociale, che non possono più essere controllate dalla tradizionale divisione della società in furbi e sciocchi, in potenti e assoggettati.

Bibliografia minima sul tema

I ‘classici’

Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, a cura di E. Garin, Serra e Riva, Milano 1984

Jean Paul, Elogio della stupidità, a cura di G. Leuzzi, Shakespeare & Company, Milano 1995

G. Flaubert, Bouvard et Pécuchet, in Id., Romanzi, racconti e teatro, Mursia , Milano 1962

Id., Dizionario dei luoghi comuni, Rizzoli, Milano 1996

F. Dostoevskij, L’idiota, Feltrinelli, Milano 1998

F. Nietzsche, Al di là del bene e del maleLa gaia scienzaL’Anticristo (in qualunque edizione)

R. Musil, Sulla stupidità e altri scritti, a cura di R. Olmi, Mondadori, Milano 1997

P. Valery, Monsieur Teste, Studio Editoriale, Milano 1994

M. Horkheimer – T.W. Adorno, Sulla genesi della stupidità e altri scritti, La scuola di Pitagora, Napoli 2008

G. Deleuze, Differenza e ripetizione, Il Mulino, Bologna 1971, con un’introduzione di M. Foucault (Theatrum Philosophicum), nuova ed. Cortina, Milano 1997

I contributi più recenti

AA.VV., De la bêtise et de les bêtes, numero speciale di Les temps de la réflexion, a cura di J.-B. Pontalis, Gallimard, Paris 1988 (con un testo, tra gli altri, di J.-L. Nancy)

G. Sartori, Homo videns. Televisione e post-pensiero, Laterza, Roma-Bari 1997

AA.VV., Stupidi e idioti. Undici variazioni sul tema, a cura di F.C. Papparo e V. Frescura, Sossella, Roma 2000

D. Tarizzo, Homo insipiens. La filosofia e la sfida dell’idiozia, Franco Angeli, Milano 2004

C. M. Cipolla, Allegro ma non troppo. Le leggi fondamentali della stupidità umana, Il Mulino, Bologna 2007

P. Paolicchi, Il fattore I. Per una teoria dell’imbecillità, Felici Editore, Pisa 2007

La bêtise, une invention moderne, n. 466 di «Le magazine littéraire», Juillet-Aout 2007 (su Diderot, Flaubert, Richter, Feydeau, Musil, Deleuze, Aron, Bernhard, Goscinny)

G. Livraghi, Il potere della stupidità, Monti & Ambrosini, 2008 (disponibile anche on line)

E. de Conciliis, Pensami, stupido! La filosofia come terapia dell’idiozia, Mimesis, Milano 2008

A. Ronell, Stupidity, Utet, Torino 2009

da scienzeumanegiudici.wordpress.com

 

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