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Dieci anni dopo, l’Iraq non esiste aprile 3, 2013

Filed under: Contemporanea — B. @ 10:06 am

Il conflitto voluto da George W. Bush ha lasciato un paese spaccato lungo le linee etniche, con un governo centrale debole e contestato. Oggi Washington cerca di non regalare Baghdad all’Iran.

Le molte incognite del ritiro dall’Iraq | Carta: il petrolio dell’Iraq


[Carta di Laura Canali – per ingrandirla clicca qui]

Dal ritiro delle forze militari Usa, avvenuto nel dicembre 2011, l’Iraq è bersaglio quotidiano di attentati terroristici. Le forze di sicurezza si sono finora mostrate assai deboli, soprattutto in quei settori, come il coordinamento di intelligence e il controllo aerospaziale, ancora totalmente dipendenti dagli Stati Uniti.

 

Dalla caduta del regime di Saddam Hussein (2003), il bilancio delle violenze che stanno sconvolgendo il paese conta oltre 70 mila morti, 15 mila scomparsi e 250 mila feriti con menomazioni permanenti. Nel 2012, inoltre, gli attentati terroristici sono  aumentati rispetto all’anno precedente: sebbene le violenze politiche e confessionali siano inferiori rispetto a quelle registrate tra il 2006 e il 2007 (la fase principale del conflitto civile seguito alla caduta del regime di Saddam Hussein) gli attentati si susseguono ancora quasi quotidianamente in Iraq.

 

Questi atti di terrorismo sono stati spesso rivendicati da un gruppo di estremisti sunniti legati ad al-Qaeda, conosciuto come Islamic State of Iraq (Isi), che ha avvertito che gli attacchi sono solo l’inizio di una “nuova fase per il jihad”. Il gruppo terrorista mira a provocare una guerra tra sciiti e sunniti per destabilizzare il paese definitivamente, approfittando delle profonde divisioni tra i gruppi etnici e religiosi, nonché della profonda crisi istituzionale.

 

L’Onu è preoccupata: il Consiglio di Sicurezza ha adottato una risoluzione che prorogala missione Manui per un altro anno (sarebbe finita il 31 luglio 2013). L’obiettivo è quello di sostenere il popolo e il governo iracheno nei loro sforzi per costruire una nazione sicura, stabile, federale, unita e democratica, che si basi sullo Stato di diritto e sul rispetto dei diritti umani.

 

Anche Washington non è per nulla ottimista sul futuro iracheno. Eppure, il presidente Barack Obama aveva ammesso che i risultati dell’accordo con le Forze armate irachene (Sofa) erano stati sorprendenti e che le truppe Usa lasciavano uno Stato sovrano, stabile e autosufficiente, con un governo rappresentativo eletto dal proprio popolo. Sono rimasti in Iraq, oltre a migliaia di contractors, alcune decine di istruttori militari statunitensi impegnati nella formazione delle truppe locali.

 

Obama sta tentando di ridefinire il ruolo americano in Iraq, preoccupato soprattutto dall’influenza dell’Iran sulla maggioranza sciita della popolazione irachena. Per anni, l’obiettivo strategico dell’Iran è stato quello di impedire la formazione di uno Stato sunnita iracheno, che comprometterebbe la strategia anti statunitense di Teheran. Viceversa, Washington considera Baghdad una pedina molto importante in chiave anti iraniana.

 

 

Il governo iracheno, tuttavia, non tollera alcuna ingerenza da parte degli Stati Uniti,come dichiarato dal primo ministro Nouri al-Maliki; al contrario, promuove una strategia di autonomia. I rapporti tra Washington e Baghdad si sono ulteriormente deteriorati in occasione dell’esclusione dell’ExxonMobil Corporation dall’audizione della commissione del ministero del Petrolio, responsabile dell’assegnazione di concessioni petrolifere. Exxon aveva firmato un accordo con il governo regionale del Kurdistan iracheno, provocando l’irritazione di Baghdad, come accaduto in occasione della vicenda riguardante la Chevron.

 

Quest’ultima, dopo aver acquisito l’80% dei blocchi di Rovi e Sarta, che si trovano a nord di Erbil nella regione del Kurdistan, è stata inserita dal governo di al-Maliki nella “lista nera” delle aziende non autorizzate a firmare accordi con il ministero del Petrolio. L’acquisizione, infatti, era stata fatta senza l’approvazione di Baghdad, che non riconosce la legittimità degli accordi sottoscritti dal Kurdistan senza che sia consultata l’autorità centrale. Gli accordi con la regione curda sono stati interpretati dal governo iracheno come un sostegno indiretto all’autonomia del Kurdistan, che secondo al-Maliki sarebbe dannoso per il paese.

 

L’impopolarità del primo ministro ha probabilmente raggiunto l’apice alla fine dello scorso dicembre, quando in diverse città – a maggioranza sunnita – migliaia di persone sono scese in piazza per manifestare contro il suo governo e per chiederne le dimissioni, accusandolo di essere l’ispiratore di diversi arresti di “natura politica”.

 

Sempre a dicembre, il presidente della Repubblica Jalal Talabani è stato ricoverato d’urgenza in ospedale poiché colpito da ictus ed è stato trasferito in Germania per ricevere cure migliori. Sebbene abbia un ruolo prettamente onorifico, va ricordato che Talabani è stato impegnato nella lotta per i diritti dei curdi e per la democrazia in Iraq per oltre 50 anni.

 

Lo scoppio della guerra civile in Siria, ha provocato in Iraq un massiccio arrivo di profughi: a dicembre più di 61 mila. Essi sono ospitati soprattutto nella regione del Kurdistan. Come dichiarato da al-Maliki, la crisi siriana può estendersi e “contagiare” l’Iraq, provocando conseguenze ben più gravi di quelle che stanno patendo Libano e Turchia. Baghdad ha sempre manifestato il proprio sostegno al presidente Bashar al-Asad, cercando di sostenere quell’alleanza tra Iraq, Iran e Siria che ha l’obiettivo di contrastare l’egemonia politica ed economica dei paesi (sunniti) del Golfo.

 

 

In conclusione, l’Iraq affronta un momento terribile e il governo attuale non sembra essere all’altezza della situazione: non ha adottato una strategia specifica contro gli attentati terroristici e il paese rischia di essere ulteriormente indebolito dalla crisi siriana.

 

Per quanto riguarda gli Usa, sebbene il loro principale problema siano i rapporti tra Iran e Iraq, essi non rinunciano a cercare di esercitare una qualche forma di influenza, principalmente per motivi economici (petrolio) e geostrategici.

 

Per approfondire: Il fattore Iraq nella guerra di Siria

da limes

 

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