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Dossier (la guerra in Siria) / Guerra incivil aprile 2, 2013

Filed under: Contemporanea — B. @ 9:59 am

Intervista a Donatella Rovera di Amnesty international

Dopo due anni e tanta distruzione, la situazione umanitaria, soprattutto medica, è disperata. La gente muore per sciocchezze, per mancanza di assistenza medica basilare o per l’impossibilità di raggiungere gli ospedali

di Paolo Calabrò con la collaborazione di Chiara Borrelli

Donatella Rovera, senior crisis response adviser del Segretariato Internazionale di Amnesty International, organizzazione per la quale lavora da oltre vent’anni, è specializzata in rapporti sulle zone di conflitto in medioriente. L’ultimo suo rapporto sulla Siria è della fine di settembre. Le abbiamo posto alcune domande.
La guerra civile in Siria continua. Com’è la situazione?
«Avendo visitato i governatorati di Idlib, di Aleppo e una parte del governatorato di Hama, posso dire che la situazione è cambiata moltissimo da quando ho cominciato ad andarci, nello scorso aprile, ad ora, perché all’epoca le forze governative non erano così onnipresenti, c’erano molte zone rurali nelle quali era possibile muoversi con un certo agio. Nonostante le incursioni governative fossero già piuttosto frequenti, ci si poteva ancora spostare attraverso strade secondarie. C’erano dunque parecchi posti ancora piuttosto estranei al conflitto vero e proprio, cioè quello permanente: nella città di Aleppo, ad esempio, erano ancora possibili manifestazioni pacifiche. Da un certo punto in poi le forze governative si sono messe a sparare anche sui cortei pacifici e la situazione è progressivamente degenerata».
Quindi si va verso il peggio.
«Purtroppo sì, perché da un certo punto in poi le forze governative hanno cominciato a effettuare bombardamenti aerei, con tutte le ovvie conseguenze: un numero molto più elevato di vittime civili, una distruzione molto più estesa di tutta l’infrastruttura civile (case, negozi, ecc.), e un numero elevatissimo di sfollati, persone che son dovute fuggire attraversando le frontiere nei Paesi vicini. Anche se, in maggioranza, questi sfollati sono ancora in Siria, fuggiti dal loro luogo di provenienza, dalle loro case. La Siria è un Paese di 23 milioni di abitanti, la maggior parte dei quali rimane nel Paese, spostandosi da una zona all’altra a seconda dei bombardamenti; sembra di assistere a una tragica partita di dama o di scacchi, in cui le pedine umane si muovono in conseguenza dei bombardamenti».
Colpa del governo, o della ribellione armata?
«I ribelli generalmente non colpiscono i civili, mentre il governo lo fa indiscriminatamente. Tuttavia il fatto è che la presenza di forze ribelli, in qualsiasi posto del paese, attira i bombardamenti del governo, quindi le due cose finiscono per coincidere. La confusione è ulteriormente aumentata dal fatto che le due fazioni non fanno altro che incolparsi a vicenda e spesso è impossibile stabilire chi abbia ragione. Il dato di fatto è che, alla fine, la popolazione civile si trova presa nel mezzo e non ha più la possibilità reale né di schierarsi né di farsi da parte. I civili sono costretti a subire e basta. Di qui il fatto che – complice anche l’inverno, con il freddo e la pioggia – la situazione umanitaria va degradandosi e le possibilità di intervento per organizzazioni come Amnesty si riducono: mentre prima si poteva dormire all’aperto o ripararsi in una casa mezzo bombardata, ora non è più possibile».
Le organizzazioni come Amnesty possono entrare in Siria liberamente?
«Tutt’altro: le autorità governative non permettono l’ingresso in Siria. Non resta che entrare clandestinamente. I primi tempi l’”entrata” consisteva nel correre tra i campi per attraversare le frontiere, passando al di sotto della rete di separazione; poi, più o meno da settembre, il governo turco ha permesso agli stranieri di passare legalmente oltre la propria frontiera, quindi al momento è possibile entrare in Siria in questo modo. È una modalità legale per il governo turco, ma non per quello siriano: se la polizia siriana mi scoprisse potrebbe arrestarmi (come è successo ad altri). Fortunatamente il rischio non è lo stesso in tutte le zone: perciò si preferisce entrare nelle zone controllate dalle forze di opposizione, per poi spostarsi anche in quelle controllate dal governo: io ad esempio ho attraversato, spesso passo i checkpoint ad Aleppo; per una donna non è difficile, basta coprirsi il capo».
Il 6 gennaio scorso il presidente Bashar al Assad ha rivolto alla nazione il suo nono discorso. Qual è la sua impressione in merito?
«Tralasciando le considerazioni politiche – perché ad Amnesty non interessa il regime politico ma la situazione umanitaria di un Paese, cioè il modo in cui vengono trattati i civili – devo rilevare che in quel discorso non c’era un minimo accenno al riconoscimento della gravità della crisi, vera e profonda, dove la gente muore tutti i giorni, dove la maggioranza delle persone muore sotto i bombardamenti indiscriminati del governo – tra l’altro effettuati con armi vecchie e progettate per il campo di battaglia, che non dovrebbero mai essere usate in contesti differenti e soprattutto facendo uso di armi vietate dalle convenzioni internazionali, come le famigerate “bombe a grappolo”, che con i miei occhi ho visto usare spessissimo e in zone diverse del Paese – e si bombardano quartieri interi. La sua dichiarazione mi è sembrata completamente avulsa dalla situazione reale della Siria».
Quale potrebbe essere, in questa situazione, il ruolo di organismo come Amnesty?
«Il ruolo di Amnesty è quello di fare il possibile per tutelare i diritti umani delle popolazioni civili; e questo “possibile” ha tanti limiti, a cominciare da quello di accesso alle zone di conflitto. Va detto che le violazioni non avvengono solo da parte del governo; da un certo periodo anche alcuni dei gruppi ribelli stanno cominciando a torturare e a uccidere i soldati avversari che cadono nelle loro mani (che spesso non sono neanche miliziani regolari, ma semplici civili armati dal governo), o addirittura persone che magari non c’entrano niente e sono semplicemente sospettate di collaborare col governo. Alcuni gruppi hanno rapito anche giornalisti stranieri, e la situazione è resa ancora più complicata dal fatto che i gruppi ribelli sono tanti e diversi, e a volte è difficile distinguere tra quelli che sono veramente gruppi di opposizione armati e quelli che invece sono puramente criminali che approfittano della situazione. Detto questo, va da sé che la maggior parte delle violazioni dei diritti umani va attribuita al governo, perché le forza governative sono le uniche a possedere la capacità militare per bombardare il popolo, e i bombardamenti rimangono la prima fonte di vittime civili. In quanto Amnesty cerchiamo di fare pressione sui contendenti e sull’opinione pubblica, affinché la situazione in Siria venga portata all’attenzione del Tribunale internazionale dei diritti umani (cosa che non è ancora avvenuta) e per evitare il trasferimento ulteriore di armi».
A proposito di armi: è riuscita a vedere con i suoi occhi la presenza di armi italiane in Siria, ad esempio pistole Beretta?
«A dire la verità no. Come si può immaginare, non è possibile avvicinarsi alle forze governative, tuttavia dai tanti video (ce ne sono di nuovi quotidianamente) si rileva facilmente che le armi utilizzate sono vecchie, che risalgono all’era sovietica (mentre è più difficile stabilire la provenienza dei kalashnikov: i Paesi produttori sono tantissimi). Armi italiane non ne ho viste; può darsi che ce ne siano, ma si tratterà di eccezioni. Del resto le pistole vengono usate poco; le armi più usate sono due: le “shotgun” (fucili da caccia di quelli a pallini), e il kalashnikov. Negli ultimi mesi si vede una grande varietà di bombe lanciate dagli aerei, missili “Rocket” lanciati da elicotteri e aerei, e anche missili terra-terra un po’ più grandi. Negli ultimi tempi una parte consistente di questa attrezzatura sta passando nelle mani dei ribelli, che consentono sempre più successi nelle operazioni di assalto».
È stata a contatto per mesi con la gente che vive in Siria. Cosa pensa il popolo di questa guerra?
«Cosa dice la gente (io parlo con loro in arabo, senza traduttori) dipende anche un po’ dalle situazioni; avendo un accesso molto ristretto alle zone controllate dalle forze governative, è molto difficile arrivare a un giudizio sulle percentuali di sostegno dell’una o dell’altra fazione. Non ho statistiche, dunque, ma solo esperienze. Però è chiaro che la gente ha paura soprattutto dei bombardamenti indiscriminati e selvaggi, quindi ha paura essenzialmente; come dicevo, tuttavia, ciò non vuol dire che tutti sostengano i ribelli. Una parte certamente li sostiene, magari auspicando più che altro un cambio di regime (magari ottenuto pacificamente). Quello che ho notato spesso (che mi hanno fatto notare, sapendo che sono straniera) è che i siriani si sentono in generale abbandonati dalla comunità internazionale, che reputano assente e inerte. Si chiedono perché non li aiutiamo. Si chiedono perché non facciamo pressione sul governo affinché cessi i bombardamenti: dopo due anni e tanta distruzione, la situazione umanitaria, soprattutto medica, è disperata, anche in quelli che una volta erano i quartieri più agiati. La gente muore per sciocchezze, per mancanza di assistenza medica basilare o addirittura per l’impossibilità di raggiungere gli ospedali (non c’è benzina e spostarsi è difficilissimo)».
Ci racconti, per chiudere, una storia che ha vissuto personalmente.
«Ce ne sono così tante che è difficile scegliere; lì non si vedono che storie strazianti. Proprio ieri ho parlato al telefono con i membri di una famiglia di Aleppo che ho conosciuto nella mia prima visita, a maggio: allora la famiglia era al completo, a parte uno dei figli che l’esercito ha ucciso sparandogli in testa senza che questi neanche stesse prendendo parte alla manifestazione: la sua colpa era di star filmando la scena. Due suoi fratelli prendevano parte attiva alle proteste, altri due si occupavano dell’assistenza medica (clandestina; uno di loro mi portò un giorno a visitare il vicino ospedale da campo, attrezzato alla meglio, che poi è stato distrutto). Da allora, due di quei ragazzi sono stati uccisi e due sono scomparsi e a tutt’oggi non si sa che fine abbiano fatto dopo essere stati arrestati. Il medico, che mi aveva accompagnato nella visita all’ospedale, era stato arrestato e non se ne era saputo più nulla; poi il suo corpo è stato ritrovato con segni evidenti di torture e anche a lui hanno sparato in testa. La loro casa, un appartamento in un quartiere densamente popolato di Aleppo, è stata bombardata, la famiglia (quel che ne rimane) è scappata, rifugiandosi presso parenti in un villaggio vicino; poi il villaggio è stato bombardato e son dovuti scappare anche da lì. Nel giro di pochi mesi questa famiglia ha perso cinque figli, tre uccisi e due scomparsi, nessuno in famiglia lavora più, rimane solo la madre (erano già orfani di padre) e le sorelle, non hanno più nulla e nessuno che li possa aiutare. Una storia come tante, oggi, in Siria».•

da altrapagina.it

 

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