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Dossier (la guerra in Siria) / La mezzaluna sciita che fa paura all’Occidente marzo 28, 2013

Filed under: Contemporanea — B. @ 4:58 pm

Colloquio con Mostafa El Ayoubi, caporedattore della rivista Confronti

C’è un asse consolidato fra Iran, Siria e Hezbollah in Libano che impensierisce i paesi occidentali

di Achille Rossi

La ribellione al regime di al-Assad è iniziata sulla scia delle cosiddette primavere arabe, ma poi ha dato origine a quasi due anni di una guerra feroce che sta logorando il popolo siriano. Chiediamo a Mostafa El Ayoubi, caporedattore del mensile “Confronti”, cosa stia veramente accadendo in Siria.
Perché rispetto ad altri Paesi arabi come la Tunisia e l’Egitto, dove nel giro di poche settimane sono caduti due tiranni, la Siria si presenta come un caso diverso?
«La Siria è un paese strategico per tutta l’area mediorientale, data la sua collocazione geografica. È circondata da cinque Paesi, Turchia, Iraq, Giordania, Israele e Libano, rispetto ai quali è l’unica nella regione che sfugga all’egemonia Usa (in parte anche il Libano). La lettura geopolitica delle rivolte popolari in Tunisia e in Egitto di due anni fa, che hanno dato luogo alla destituzione di due noti dittatori arabi filo-occidentali, non è per nulla applicabile al caso della Siria, la quale a sua volta è stata governata per decenni da un regime tutt’altro che democratico. In Siria non c’è stata una rivoluzione popolare, ma qualcos’altro di molto diverso».
In che senso?
«Dopo i primi focolai di rivolta scoppiati a Daraa a metà marzo del 2011, la situazione è degenerata in una vera guerra urbana tra ribelli armati e i soldati dell’esercito regolare. Quella che da due anni sta distruggendo la Siria è una vera e propria guerra escogitata dalle grandi potenze occidentali, con l’aiuto della Turchia, del Qatar e dell’Arabia Saudita».
Quali interessi strategici e geopolitici si nascondono dietro le dichiarazioni dei Paesi occidentali che proclamano di voler introdurre la democrazia in Siria?
«La Siria è l’unico Paese che continua a opporsi all’egemonia delle potenze occidentali, perciò è strategico per queste ultime rovesciare un regime ostile ai loro interessi. Il progetto di destabilizzazione del regime siriano era allo studio da anni. File di wikileaks pubblicati tempo fa hanno rivelato che la Casa Bianca, prima con Bush e poi con Obama, aveva sostenuto e finanziato l’opposizione siriana all’estero, in gran parte controllata del movimento dei Fratelli Musulmani. La Siria insieme alla Libia, l’Iran e altri Paesi islamici erano già da più di dieci anni nel mirino della macchina bellica Usa/Nato. Il d-day per passare all’azione è arrivato con l’avvento delle cosiddette primavere arabe alla fine di dicembre 2010. Non è stata una coincidenza la riapertura, dopo anni di rottura diplomatica, dell’ambasciata Usa a Damasco alla fine del mese di dicembre 2010 e la nomina di Robert Ford come ambasciatore. Nell’Iraq occupato dagli americani nel 2003, Ford era un collaboratore stretto di John Negroponte, allora ambasciatore americano a Baghdad. Insieme hanno favorito la creazione di gruppi di combattenti islamici che ancora oggi terrorizzano l’Iraq. A pochi mesi dal suo insediamento, Ford è stato accolto con entusiasmo dai ribelli armati a Homs, città che in seguito si è trasformata una polveriera a causa della guerra urbana imposta ai siriani dagli insorti telecomandati da Paesi terzi».
L’Onu, attraverso la mediazione di Kofi Annan e di Akdar Al Ibrahimi, ha provato a risolvere diplomaticamente la crisi siriana. Chi ha impedito che si realizzasse un dialogo tra regime e opposizione?
«Il fallimento della soluzione diplomatica deriva dal fatto che l’obiettivo primario e cardine per Washington è la partenza di Bashar al-Assad. È per questo che è stata scatenata la grave crisi in Siria. I tentativi dei due mediatori erano stati preceduti da un rapporto della Lega Araba sulla situazione siriana che non era piaciuto né alla Casa Bianca né a Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Queste iniziative diplomatiche servivano solo a far vedere all’opinione pubblica internazionale che gli Usa e suoi alleati stavano lavorando per la risoluzione politica delle crisi. In realtà, il governo americano impedisce all’opposizione ad esso affiliata di dialogare con Bashar al-Assad. E ciò dimostra che le azioni diplomatiche intraprese finora sono una mera cortina fumogena. Al-Assad fa parte del problema ma anche della soluzione, perché impedisce l’irachizzazione della Siria. Egli gode ancora di una discreta popolarità e del sostegno della maggioranza dell’esercito. Escluderlo significa trascinare il Paese in una interminabile guerra civile che, in fin dei conti, non dispiace a chi ha scatenato il conflitto in Siria».
L’opposizione siriana appare molto eterogenea e divisa. Che ruolo ha nella crisi?
«L’opposizione politica più mediatizzata è quella che vive in Occidente; quella che è stata creata in laboratorio a Parigi, Londra, Washington ecc. Inizialmente è stata battezzata a Istanbul come Consiglio Nazionale Siriano e poi di recente come Coalizione Nazionale Siriana durante un summit a Doha, capitale del Qatar, voluto dal Segretario di stato americano Hillary Clinton. Si tratta di un’opposizione che non ha legami con la realtà interna al Paese, non gode di nessun appoggio della popolazione e lotta con la crescente opposizione interna, che la considera uno strumento in mano alle potenze occidentali per colpire la sovranità nazionale e l’unità del paese».
E l’opposizione armata?
«Il cosiddetto Esercito Libero Siriano è il filone militare dell’opposizione inventata dagli americani. Il suo quartier generale è la Turchia, Paese Nato. È un amalgama di mercenari e jihadisti di Al Qaeda. Include gruppi di militari defezionisti che rappresentano un’esigua minoranza rispetto ai 400 mila soldati che compongono l’esercito regolare, oltre a migliaia di combattenti che vengono dalla Cecenia, dall’Uzbekistan, dall’Iraq, dal Marocco, dalla Tunisia, dall’Algeria, dall’Egitto, dall’Arabia Saudita e da altri Paesi musulmani, e che vengono chiamati combattenti per la libertà!».
Che ruolo ha Al Qaeda nel dramma siriano?
«Il movimento Fronte al-Nusra, che si richiama ad Al Qaeda, è quello che ha ottenuto maggior successo sul campo. I combattenti di questo gruppo terrorista non hanno paura della morte. Combattono in “nome di Allah e aspirano al martirio».
Lei nella sua consueta rubrica AlKantara-ilponte, sul mensile “Nigrizia”, nel gennaio di quest’anno ha scritto un articolo il cui titolo è molto emblematico: “Si scrive Siria, si legge Iran”. Quale rapporto lega la crisi siriana al problema iraniano?
«Esiste un asse geopolitico molto consolidato fra Iran, Siria e il movimento di Hezbollah in Libano: è la mezzaluna sciita. Questa coalizione si oppone con fermezza al progetto dei Paesi occidentali di creare un grande Medio Oriente/Maghreb gestito per procura dai Fratelli Musulmani – movimento sunnita radicale – che hanno già conquistato Marocco, Tunisia, Egitto. Se cade il regime di al-Assad, anche la Siria potrebbe finire nell’orbita sunnita radicale. Gli Usa stanno giocando la pericolosa carta del conflitto interconfessionale. E in Siria lo fanno apertamente».
Perché l’Iran inquieta così tanto le potenze occidentali?
«È l’unico Paese del mondo islamico che è uscito dalla sottomissione e sta diventando una potenza regionale e un punto di riferimento per le popolazioni arabe e islamiche. L’Iran di fatto ha surclassato l’Arabia Saudita e l’Egitto, principali alleati degli Usa nella zona arabo-musulmana. E la sua crescente influenza nella regione rischia di costringere Israele a dialogare con i palestinesi da una posizione più giusta ed equilibrata, cosa che Tel Aviv non vuole. Ecco perchè tanta avversione nei confronti dell’Iran».
Lei non è tenero con i media occidentali, accusati di essere asserviti alle potenze neocoloniali. Quali fatti l’hanno spinta a formulare un giudizio così netto?
«I grandi media occidentali hanno sempre assunto il ruolo di battistrada per conto delle grandi potenze nei loro progetti coloniali, soprattutto nella loro nuova e sofisticata versione. Il loro compito è quello di indottrinare l’opinione pubblica internazionale e prepararla ad accettare gli orrori e i disastri delle guerre funzionali ai loro progetti di espansione. Alla vigilia della guerra in Iraq, nel 2003, i media mainstream ci hanno raccontato che Saddam aveva armi di distruzione di massa ed era amico di Bin Laden e non era vero. Al tempo della guerra in Libia i nostri telegiornali hanno parlato di fosse comuni per le esecuzioni di Gheddafi, poi si è scoperto che si trattava di normali cimiteri. Per quanto riguarda la Siria, nel maggio dell’anno scorso ci hanno raccontato che ad Hula, vicino a Homs, il regime aveva fatto strage di bambini. E la Bbc aveva mostrato una foto dove si vedevano ragazzi morti allineati sul pavimento. Poi si è scoperto che la foto fu scattata da un giornalista italiano nel 2003 e si riferiva a bambini massacrati in Iraq. Il ruolo dei mezzi di comunicazione è quello di nascondere l’amara verità, ovvero che ai paesi potenti non importa nulla dei diritti umani, della libertà e della democrazia nei paesi del Terzo Mondo, semplicemente perché questi valori non collimano con i loro interessi economici, geopolitici e militari».•

da altrapagina.it

 

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