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Papa Francesco può essere il Giovanni Paolo II dell’America Latina marzo 27, 2013

Filed under: Contemporanea — B. @ 10:02 am

L’elezione di Bergoglio rappresenta un riconoscimento all’emisfero più cattolico del mondo. Il nuovo pontefice potrebbe avere nella regione un ruolo simile a quello che Wojtyla ebbe nei confronti dell’Urss. Le ombre del suo passato e i rapporti con i Kirchner.

Un gesuita francescano | Benedetto XVI e l’America Latina

È ormai saldamente riconosciuto dagli storici che l’elezione nel 1978 del polacco Karol Józef Wojtyła come papa col nome di Giovanni Paolo II ebbe un ruolo fondamentale nell’implosione dell’impero sovietico: allora l’Urss sembrava destinata a sfidare i millenni, mentre mancavano appena 11 anni alla caduta del muro di Berlino e 13 alla dissoluzione dell’Unione Sovietica stessa.

 

È abbastanza verosimile che l’elezione del suo successore, il tedesco Joseph Aloisius Ratzinger come Benedetto XVI, abbia rappresentato il tentativo di realizzare una simile operazione di messa a punto anche per l’Europa Occidentale secolarizzata: e forse le dimissioni di questo papa filosofo vanno considerate come l’ammissione della relativa impasse.

 

L’elezione dell’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio a papa col nome di Francesco è innanzitutto il riconoscimento del dato geopolitico per il quale è l’America Latina, ormai, la prima regione cattolica del mondo. Un primato però con sfide particolari, visto che al 42% dei fedeli cattolici di tutto il mondo, mezzo miliardo su un totale di 1,2 miliardi, corrisponde una minoranza in conclave, con appena 19 cardinali su 117, a sua volta corrispondente a una storica debolezza organizzativa, anche se in via di miglioramento: nel 1999 l’America Latina dava il 15,2% di tutti i sacerdoti su un 42,4% di cattolici; nel 2009 il 17,3% di sacerdoti su un 42,2% di cattolici.

 

Un libro da poco uscito, Roma e l’America Latina Il Resurgimiento cattolico sudamericano di Gianni La Bella, ricorda come nel 1959 il cardinale Domenico Tardini in un suo rapporto spiegasse al Vaticano che “quando si considerano le statistiche si resta spaventati. Secondo dati molto attendibili, appena il 6% degli uomini e il 12% delle donne compie il precetto domenicale e pasquale; e più della metà della popolazione muore senza ricevere gli ultimi sacramenti! Il 70% manca di una formazione religiosa fondamentale. Dei 20 milioni e mezzo di ragazzi che vanno a scuola, solo 2 milioni e mezzo ricevono regolarmente istruzione religiosa, mentre altri 4 o 5 milioni la ricevono occasionalmente”. I rapporti di fine Ottocento fotografavano una situazione simile.

 

La Bella nel suo studio cerca di dimostrare che all’origine di questa debolezza ci fu all’epoca della colonizzazione un duro scontro tra corona di Spagna e Vaticano per l’organizzazione dello sforzo missionario. Dalla Junta Magna di Madrid del 1568, fu la Corona di Spagna a prevalere. Ma in Spagna il cattolicesimo era stato legato al plurisecolare movimento di liberazione contro l’invasione arabo-islamica chiamato Reconquista, che in qualche modo aveva legato la cattolicità spagnola all’identità nazionale.

 

In più, la conversione forzata di ebrei e musulmani nelle zone riconquistate aveva portato a diffusi fenomeni di marranismo, con fedeli che si proclamavano cattolici in pubblico per continuare a praticare la religione ebraica o islamica in segreto. Una conseguenza folclorica fu l’importanza della carne di maiale nella cucina spagnola: mangiandola, si dimostrava la propria ortodossia.

 

Ma la Spagna fu, non a caso, il paese di San Domenico e dell’Inquisizione. Un’ulteriore conseguenza fu che l’evangelizzazione di indios e schiavi neri nelle Americhe fu massiccia, ma con una sorta di riserva razziale. Si era praticamente sicuri che come ebrei e musulmani anche i non bianchi convertiti avrebbero continuato a essere sotto banco pagani; dunque si impediva loro di diventare sacerdoti.

 

Anche i famosi gesuiti delle reducciones in Paraguay celebrati nel film Missionsfidavano magari le Corone di Spagna e Portogallo per difendere il benessere fisico degli indios da loro convertiti, ma senza mai averne ammesso neanche uno al sacerdozio. Si aggiungano a ciò il problema geografico delle immense distanze latino-americane e della bassa densità di popolazione, e il problema storico della guerra d’indipendenza da quella Spagna che appunto aveva monopolizzato il clero. Si capirà la ragione di questa mancanza di quadri, che ha limitato la formazione del popolo cattolico e ha anche costretto spesso i fedeli ad auto-organizzarsi secondo modalità cripto-protestanti.

 

Il segreto del successo dei protestanti in America Latina sta appunto anche in questa capacità di auto-organizzazione, oltre che nel fatto che il pentecostalismo, in particolare, si adatta bene al fondo di religiosità sciamanica abbastanza diffuso in America Latina, derivando dalle culture amerindie e africane.

 

Bergoglio papa, dunque, significa non solo un riconoscimento, ma anche un pungolo a affrontare queste sfide. È possibile immaginare anche un aspetto alla Wojtyła? Una risposta, cioè, a quella sfida dei regimi autodefinitisi del “Socialismo del XXI secolo”, che proponendosi di riattualizzare il socialismo reale agli occhi del Vaticano ne riattualizzerebbe la minaccia e i pericoli… Pericoli a volte anche maggiori rispetto a quelli del marxismo-leninismo, che intendeva semplicemente promuovere l’ateismo, lasciando i fedeli in un limbo da cittadini di serie B.

 

Evo Morales, in particolare, è un devoto della Pachamama, divinità amerindia della terra cui fa sacrifici in occasioni importanti. Il presidente boliviano ha affermato che “la Chiesa Cattolica è un simbolo del colonialismo europeo e pertanto deve sparire dalla Bolivia”.  Peggio ancora, dal punto di vista della Chiesa, è l’atteggiamento di presidenti come il defunto Hugo Chávez o Rafael Correa che si sono proclamati cattolici, pur puntano a spaccare la Chiesa creando gruppi di fedeli e sacerdoti a loro favorevoli.

 

Quando Bergoglio definì lo stile di governo dell’allora presidente argentino Néstor Kirchner come “esibizionismo e annunci stridenti”, questi gli rispose che “il nostro Dio è di tutti, ma attenti che anche il diavolo arriva a tutti, a noi che usiamo i pantaloni e a coloro che usano le sottane”. Un linguaggio quasi identico a quello usato da Chávez col cardinale Rosario Castillo Lara. “È un gerarca che si dice rappresentante di Dio ma ha il diavolo dentro, il diavolo non rispetta neanche la sottana”. “La Chiesa non conosce Dio”, fu la risposta di Rafael Correa alle critiche dell’episcopato ecuadoriano alla sua Costituzione. Correa è arrivato a esortare i fedeli vicini al suo governo a contestare i sacerdoti durante la messa. Nel 2008 è stata fondata una scismatica Chiesa cattolica riformata del Venezuela, che si proclama “Chiesa del popolo” pur non oltrepassando i 2000 seguaci e che è fedelissima allo scomparso Chávez.

 

Questo “timore” è stato espresso via twitter da Luis D’Elía, leader dei piqueteros(disoccupati oganizzati) ed esponente dell’ala più radicale del kirchnerismo: “Francesco I è per l’America Latina quel che Giovanni Paolo II è stato per l’Unione Sovietica. Il nuovo tentativo dell’Impero per distruggere l’unità sudamericana”.

 

Se davvero Francesco I sarà per il socialismo del XXI secolo quel che Giovanni Paolo II è stato per il socialismo reale, allora acquisirebbe un senso ironico il commento del presidente venezuelano ad interim Maduro, secondo cui “è stato Chávez a far eleggere Francesco I”. Non nel senso che dice lui, che il defunto presidente una volta in cielo avrebbe subito convinto il Padreterno a fare papa Bergoglio, ma in quello che l’elezione di Bergoglio può essere un’immediata risposta alla santificazione di Chávez come “Cristo dei poveri”, fatta con la kermesse del suo funerale. Anche l’ammissione di Maduro che, malgrado le intenzioni, Chávez non potrà essere imbalsamato acquisisce un sottinteso sinistramente simbolico.

 

Ovviamente, ci vorrà un po’ più di prospettiva storica per verificare questa ipotesi. Sul momento, si può semplicemente registrare come Bergoglio, tanto argentino nella sua passione calcistica, predilezione per il mate e perfino una giovanile militanza peronista, è probabilmente d’accordo con Cristina Kirchner nel considerare “ininfluente” il referendum con cui il 10 e 11 marzo gli abitanti delle Falkland hanno riconfermato la propria fedeltà a Londra, con soli tre voti contrari. Per lo meno, papa Francesco si pronunciò per l’argentinità delle isole in una messa in suffragio dei caduti della guerra del 1982.

 

Al tempo stesso il nuovo pontefice è un personaggio latino-americano e ecumenico: origini italiane, seminario in Cile, studi tedeschi, fluente in portoghese, e un po’ di guarani appreso entrando in contatto con gli emigranti paraguayani a Buenos Aires.

 

Ma quando si è saputo della sua elezione, Cristina Kirchner ha pensato soprattutto ai pessimi rapporti che aveva con il primate della chiesa Argentina. “¡No podemos tener tanta mala suerte!”, “non è possibile che abbiamo tutta questa jella!”, sarebbe stato il primissimo commento del suo entourage. Addirittura alla Direzione del cerimoniale chiedevano se la presidenta, visibilmente furibonda, non avesse intenzione di disertare la cerimonia di insediamento di Francesco I.

 

Ci sono volute un paio d’ore a Cristina per trangugiare l’amarissimo boccone; infine ne è uscita una lettera di felicitazioni e auguri per “una fruttifera missione pastorale”, mentre alla Direzione del cerimoniale a loro volta veniva comunicata la presenza dellapresidenta a Roma per l’Intronizzazione. “Bergoglio non è più Bergoglio, adesso è il Papa”, la si è sentita dire. Kirchner si è dunque attivata per essere il primo capo di Stato a essere ricevuto dal nuovo pontefice, facendo commentare da una fonte ecclesiastica: “quando stavano tutti e due a Buenos Aires non si scomodava a fare 50 metri per andare a sentirlo. Adesso è stata costretta a fare 11.000 km”.

 

Come ricordato, Bergoglio aveva tacciato Néstor Kirchner di “esibizionismo” già nel 2004. Il presidente rispose disertando l’omelia per la festa nazionale del 25 maggio 2005 e provocando la cancellazione del relativo Te Deum. Si rifece nel 2006, e l’arcivescovo ne approfittò per esortarlo a lavorare per ”l’amicizia sociale”. Nel 2007 Bergoglio disse che “il rischio peggiore è omogeneizzare il pensiero”. All’epoca del grande sciopero degli agrari del 2008 chiese alla presidente di superare l’impasse con “un gesto di grandezza”. Aggiungendo poi che “da anni il paese non si fa carico della gente”. Nel 2010 Bergoglio si è messo alla testa di una marcia contro il matrimonio gay, mandando una lettera ai sacerdoti per chiedere a loro di parlare del “bene inalterabile del matrimonio e della famiglia”.

 

Da allora Cristina Kirchner ha cercato ogni scusa per evitare di partecipare ai Te Deum, in cui peraltro Bergoglio le chiedeva di “liberarsi delle ambizioni smisurate” e ne denunciava i “deliri di grandezza”. Sembra che proprio per queste pressioni Cristina Kirchner avrebbe rinunciato a presentare una proposta di legge sull’aborto.

 

Sulla rete è rimbalzata una vecchia dichiarazione che Bergoglio avrebbe fatto all’epoca della candidatura della Kirchner: “le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici” e, riferendosi agli anni foschi di Isabelita Perón, ha continuato “abbiamo avuto una donna come presidente della nazione e tutti sappiamo cosa è successo”. Tuttavia, si tratta solo di una voce su Internet priva di riscontro sui giornali dell’epoca.

 

Più spinosa è l’accusa, al tempo del regime militare, di aver avuto delle responsabilità in relazione al rapimento, nel 1976, di due suoi sacerdoti gesuiti ostili al regime, Orlando Yorio e Francisco Jalics. Bergoglio dice di aver incontrato Emilio Massera e Jorge Videla con l’obiettivo di ottenere la liberazione dei due religiosi, senza riuscirci.

 

La responsabilità del futuro papa è indicata in un libro di Horacio Verbitsky. Verbitsky è un ex militante dei montoneros, divenuto uno dei più importanti giornalisti argentini, notoriamente vicino al governo di Cristina Kirchner, anche se lo si considera  una personalità con tratti abbastanza al di sopra delle parti. A confermalo, il fatto che è stato premiato dalla Fondazione Konrad Adenauer, collegata alla Cdu tedesca, e che contestò duramente l’isterica leader delle Madres de Plaza de Mayo, Hebe de Bonafini quando questa approvò gli attacchi dell’11 settembre 2001.

 

D’altra parte, in difesa del papa è intervenuto Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace per il suo impegno in difesa dei diritti umani durante i regimi militari. “Bergoglio non è stato complice della dittatura”, ha detto in un’intervista alla Bbc. “Altri vescovi sì, ma lui no”. “Lo hanno messo in mezzo perché hanno detto che come superiore della congregazione dei gesuiti non aveva fatto il necessario per far uscire di prigione due sacerdoti, ma io so per esperienza personale che molti vescovi chiedevano alla giunta militare la liberazione di sacerdoti e non la ottenevano”.

 

La Santa Sedeper bocca del portavoce Francesco Lombardi, ha liquidato il tutto come accuse “calunniose e diffamatorie” di provenienza “notoria” da ambienti di “sinistra anticlericale”. Se effettivamente Bergoglio avrà un ruolo alla Giovanni Paolo II, questo dossier potrebbe però diventare un tormentone, con conseguenze non prevedibili. Proprio le guerre di dossier sono state una delle motivazioni che ha convinto Benedetto XVI a lasciare. Non va dimenticato che Giovanni Paolo II lasciò che si impolverasse il dossier sugli scandali di pedofilia, proprio perché la fabbricazione di quel tipo di scandali era stato uno dei metodi preferiti dei servizi della Polonia comunista per screditare la Chiesa.

 

Un’impressione che sta emergendo in Argentina è che la stessa Cristina Kirchner avrebbe dato disposizione di lasciar perdere le accuse. In ballo, infatti, ci sarebbe un progetto di revisione costituzionale per ottenere un terzo mandato;  l’ultima cosa di cui ha bisogno è di uno scontro con un personaggio di cui oggi la gran parte degli argentini è orgogliosa, è stato osservato, in modo quasi infantile, “come per una vittoria ai Mondiali di calcio”.

 

Per approfondire: Il papa venuto da lontano e le strategie della Chiesa

 

Maurizio Stefanini, giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il FoglioLiberoLiberalL’OccidentaleLimesLongitudeTheoremaRiskAgi Energia. Ha redatto il capitolo sull’Emisfero Occidentale in Nomos & Kaos Rapporto Nomisma 2010-2011 sulle prospettive economico-strategiche. Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche. È autore di Ultras. Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri.

da limes

 

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