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Prometeo Incatenato marzo 30, 2012

Filed under: Uncategorized — B. @ 10:50 pm

Prometeo incatenato

Prometeo incatenato, scultura in marmo di Nicolas-S. Adams, Louvre, Paris

 

di Guido Paduano

Per avere dato agli uomini il fuoco, sottraendolo all’esclusivo privilegio degli Dei, il titano Prometeo è stato condannato da Zeus a essere inchiodato a una rupe solitaria: al luogo del supplizio lo accompagnano i due fedeli servitori di Zeus, che esprimono le funzioni del suo dominio, il Potere (Cratos) e la Violenza (Bia), assieme ad Efesto, il dio artigiano che deve compiere materialmente l’opera, ma lo fa con ripugnanza, dato il suo affetto per il congiunto Prometeo: Cratos però gli ricorda, in termini duri e beffardi, l’ordine ineludibile del padre Zeus.

Rimasto solo con la sua atroce sofferenza, Prometeo chiama il mondo e la natura a testimoni, ed esprime la sua angoscia per l’avvenire, così profonda che per un momento offusca addirittura la certezza e la proverbiale limpidezza della sua conoscenza. Ma da quel momento Prometeo si riscatta subito, nella consapevolezza di dover sopportare la necessità, cioè la pena che lo ha colpito per la sua azione filantropica.

Un “veloce battito d’ali” (vv.125-6) annuncia l’arrivo del Coro delle Oceanine, che appena saputo della sua sventura si sono precipitate a consolarlo, strappando il consenso del padre. In loro la pietà per il Titano (che deplora di non essere sparito nel Tartaro, e di restare visibile allo scherno dei suoi nemici) è congiunta a una ferma deplorazione del comportamento di Zeus, che governa “con nuove leggi” (v.149), umiliando gli dei più antichi. A questa situazione non si vede una possibile fine, se Zeus non si sazierà di violenze o non verrà rovesciato da qualcuno. Ribatte Prometeo che proprio per evitare di perdere il suo potere Zeus avrà bisogno di lui, che solo conosce il segreto che lo minaccia, e non lo svelerà né per lusinghe né per minacce, ma solo quando l’offesa verrà riparata (come anche Achille pretendeva da Agamennone nell’Iliade 9.387). Il Coro deplora la sua inflessibilità e l’eccessiva, e per lui pericolosa, libertà di parola.

Poi Prometeo rievoca il passato in cui la generazione dei Titani e quella degli Olimpi si sono trovate in conflitto: ma Prometeo ha abbandonato la sua parte, che praticava un culto selvaggio della violenza, e ignorava gli strumenti intellettuali del potere, per schierarsi con Zeus, giusta i consigli della madre (Gaia, ovvero la terra, identificata con Temi, dea della legge). Arrivato al potere supremo grazie a Prometeo, Zeus nutriva il disegno di annientare la stirpe degli uomini, ma Prometeo lo ha impedito, e inoltre ha tolto agli uomini il terrore della morte, istillando in loro “speranze cieche” (v.250).

Su invito di Prometeo, il Coro gli si avvicina, ma contemporaneamente giunge Oceano a portare anche lui a Prometeo la sua solidarietà, a chiedergli di adattarsi alla situazione e a promettergli di intercedere a suo favore presso Zeus. Prometeo lo sconsiglia di farlo: già troppa è la sventura che ha colpito i nemici di Zeus, come suo fratello Atlante, messo a reggere il mondo, o Tifeo sepolto sotto l’Etna.

Dopo un canto corale, che rappresenta il pianto universale di tutti gli uomini per Prometeo, torna a parlare il titano: accenna di nuovo ai benefici da lui recati agli Dei ingrati, ma soprattutto racconta la sua azione in favore degli uomini che “prima guardavano e non vedevano, ascoltavano e non sentivano, simili a forme di sogno vivevano a caso una vita lunga e confusa” (vv.447-50). Prometeo ha insegnato loro a conoscere le stagioni e le stelle, a contare, a scrivere; ha addomesticato per loro gli animali, tra cui il cavallo; ha inventato le navi. E ancora ha inventato la medicina e le varie articolazioni della scienza dei segni divini; e infine l’arte di estrarre i metalli dalla terra.

Questa scintillante rievocazione della civiltà ispira al Coro la fiducia che un giorno Prometeo avrà “un potere non minore di Zeus” (v.510). In risposta, Prometeo rimanda al destino, e alle dee che “reggono il timone della Necessità” (v.515), le Moire e le Erinni: esse sono più forti di Zeus. “Ma qual è il destino di Zeus, altro che un perpetuo dominio?” chiede il Coro stupefatto: Prometeo non risponde, perché altrimenti rivelerebbe troppo del suo segreto; ma il suo silenzio, implicando che la domanda delle Oceanine abbia una risposta comunque diversa da quella implicita nella domanda medesima, è più che mai inquietante.

Il Coro canta a questo punto uno stasimo dove, augurandosi di non incorrere mai nell’ira di Zeus, torna a biasimare gli eccessivi benefici resi agli uomini: “una grazia che non è grazia” (v.545) è chiamata la loro non perché non vogliono, ma perché non sono in grado di soccorrere il loro benefattore. Il canto termina col gentile e malinconico ricordo di un’occasione d’incontro felice, le nozze di Prometeo con l’oceanina Esione.

Irrompe in scena Io, la donna amata da Zeus che fu trasformata in mucca e sorvegliata dal pastore dai cento occhi, Argo, che poi fu ucciso da Ermes: ma Io è ancora perseguitata dal suo spettro. Dopo aver visto Prometeo, gli chiede di svelarle il futuro che la aspetta, ma prima il Coro vuole che lei racconti le sue vicende: fanciulla in Argo, era tormentata da visioni che le predicevano l’amore di Zeus; avendole raccontate al padre Inaco, quest’ultimo ricevette dall’oracolo di Delfi l’ordine di cacciarla di casa.

Prometeo la accontenta leggendo nell’avvenire: giungerà nel paese degli Sciti, poi in quello dei Calibi, poi nel Caucaso e tra le Amazzoni, poi, attraverso lo stretto che dal suo nome si chiamerà Bosforo (“passaggio della mucca”), lascerà l’Europa. Queste avventurose previsioni suscitano in Io un desiderio di morte, quale a Prometeo, immortale, non è concesso. Gli è concesso, invece, sperare nell’esautorazione di Zeus, derivata da una sua imprudente unione che darebbe vita a un figlio più forte del padre. Solo lo stesso Prometeo può impedirlo, rivelando il nome della sposa fatale, ma lo farà solo dopo essere stato liberato, cosa che avverrà per mano di un discendente di Io. Il Coro manifesta curiosità di saperne il nome, ma prima Prometeo compiace il desiderio di Io, di conoscere ulteriormente la propria sorte: attraverserà paesi ignoti, abitati da esseri mitici come le Forcidi, dotate in tre di un solo occhio e un solo dente; le Gorgoni che impietriscono chiunque guardano; gli Arimaspi monocoli, ecc:, fino a stabilirsi sulle rive del Nilo, a Canopo: qui il folle girovagare avrà fine e nascerà da lei il figlio di Zeus Epafo. Cinque generazioni dopo le sue discendenti, le Danaidi, torneranno in Grecia.

All’uscita disperata di Io segue un canto del Coro, dove le Oceanine esprimono la speranza di non essere mai amate da Zeus, e la loro aspirazione a “nozze uguali” (v.901); poi Prometeo torna a immaginarsi la caduta clamorosa di Zeus, colpito dalla maledizione del padre Crono, che egli stesso ha rovesciato, quando da parte di Zeus arriva Ermes a  imporgli di rivelare il segreto. Prometeo nega, manifestando una sprezzante fiducia nella precarietà del dominio degli Olimpi. Ermes deplora la sua ostinazione, e gli preannuncia un inasprimento di pena: Zeus distruggerà la roccia e lo farà sprofondare sotto terra; inoltre un’aquila, l’uccello di Zeus, si ciberà del suo fegato perpetuamente, o fino a quando un altro dio accetti di prendere il suo posto.

Neppure adesso Prometeo cede, ed Ermes annuncia che le minacce di Zeus stanno per realizzarsi, invitando le Oceanine ad allontanarsi: ma esse dichiarano la loro volontà di condividere la sorte di Prometeo. Le ultime parole del protagonista commentano il pauroso movimento della terra e degli elementi.

La querelle sull’autenticità del Prometeo nasce dalla sorprendente raffigurazione di Zeus come despota ingiusto e dalla sua apparente contraddizione con la teologia prevalente in Eschilo, nonché da una lunga serie di anomalie formali, linguistiche e metriche. Queste ultime sono state giustamente ridimensionate in considerazione delle ristrettezza del corpus che stabilisce la norma, mentre l’eresia ideologica deve fare i conti con la possibilità – che altri esempi indicano essere una certezza – di venire riassorbita nell’ottica complessiva della trilogia

L’Ottocento romantico aveva invece fatto di Prometeo il simbolo dell’uomo nelle sue aspirazioni più nobili: il progresso civile, guidato dal metaforico fuoco della ragione, e l’aspirazione alla libertà. Questa operazione era sicuramente illeggittima nell’assimilazione all’umanità di un personaggio divino, la cui vicenda discendeva da quello stesso conflitto fra diverse generazioni di dei che forma, come abbiamo visto, la sostanza delle Eumenidi. La storia della civiltà umana, come viene tracciata e rivendicata da Prometeo non esalta affatto nell’uomo creatività e autonomia, ma al contrario dipinge la condizione dell’uomo in termini di doloroso pathos, finché non viene soccorso dalla generosa pietà del dio: è utile confrontare al riguardo l’immagine del progresso che discende dall’Antigone di Sofocle, dove l’uomo creatore si prende carico del carattere ambiguo e dei rischi del progresso medesimo, e più ancora il frammento del Sisifo di Crizia, dove compare il paradosso illuministico per cui l’uomo ha creato Dio, e non già viceversa.

Ma la lettura romantica ha invece colto nel segno, a differenza di molte letture successive, sviate da moralismi piccolo-borghesi o da eccessiva simpatia per il potere autoritario, nel riconoscere in questa tragedia l’esaltazione della volontà eroica e indomabile di Prometeo: è vero che la sua irriducibilità è deplorata anche dagli amici, ma ciò nell’ambito di un conflitto che oppone valori e virtù dell’esistenza media alla luminosa diversità dell’eroe (un conflitto forse più sofocleo che eschileo, ma comunque già omerico); e comunque è deplorata non tanto come un disvalore in sé, quanto perché fonte di altri mali per lo stesso Prometeo. Allo stesso modo la filantropia di Prometeo è biasimata non in sé (e come potrebbe, all’interno di quell’istituzione umana e sociale che è il teatro?), ma in quanto scelta di campo autolesionistica: la scelta di privilegiare chi non è in grado di aiutarlo contro il signore del mondo.

In Zeus invece gli stessi tratti di inflessibilità e durezza marcano un regime dispotico di cui la caratteristica più frequentemente rilevata è la precarietà: fino all’ossessione si ripete che Zeus regna da poco, fin quando la brevità del suo passato viene proiettata, dall’esclusiva conoscenza di Prometeo, nella precarietà e nel rischio del suo futuro, quando un figlio più forte del padre ripeterà nei suoi confronti l’esautorazione che egli ha compiuto su Crono, a meno che la riconciliazione con Prometeo, e conseguentemente la rivelazione del suo segreto, non gli consenta di evitarne la nascita.

Il rischio di Zeus equilibra per dignità di tema drammatico la sofferenza di Prometeo, e costituisce addirittura la parte dinamica della tragedia, per quanto possa essere paradossale affermare questo di un’assenza – che splendidamente rappresenta, in quanto tale, l’impersonalità del potere – e di un lontano futuro, che però altrettanto splendidamente Eschilo drammatizza con una rivelazione progressiva, scandita attraverso le speranze e le disperazioni del titano sofferente.

Ma una cosa che non viene mai messa in rilievo è che il mondo governato da Zeus una volta che egli abbia respinto, con l’aiuto indispensabile di Prometeo, la minaccia al suo potere, sarà diverso dal mondo su cui egli esercita il suo attuale potere, perché diverso sarà il potere medesimo, non più sottoposto alla minaccia del figlio-successore, e quindi neppure alla relatività del tempo e del divenire. La presunzione all’assoluto è la vera posta del conflitto che verrà risolto nel prosieguo della trilogia, e il fatto che solo Prometeo possa permettere a Zeus di stabilire un regime assoluto può essere inteso come il simbolo del fatto che di questo regime non saranno i soli Cratos e Bia le componenti essenziali; ne faranno parte a pieno titolo la conoscenza, che nel Prometeo incatenato è vilipesa, la giustizia, che è violata, e forse anche la pietà, che qui percorre tutto l’universo, escludendone solo il padrone.

http://www.indafondazione.org/news/introduzione-a-prometeo-incatenato/

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