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Libro consigliato: La malattia dell’occidente. di Marco Panara dicembre 28, 2010

Filed under: Libri consigliati — B. @ 7:44 pm
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Cari ragazzi, oggi vi consiglio un libro utile, interessante e, a modo suo, molto lucido. Si tratta de “la malattia dell’occidente”. Di che parla? Semplice: del lavoro. Il lavoro che non c’è, il lavoro abusato, il lavoro che non è più un valore. Ecco alcuni estratti tratti da un articolo di repubblica:

Il lavoro che non vale più
Questa “La malattia dell’Occidente”

Il libro di Marco Panara indaga intorno al malessere diffuso nei paesi industrializzati a causa dell’impoverimento di operai e impiegati. Il cuore della crisi attuale è il crollo del concetto di lavoro come obiettivo centrale e rassicurante

 

AL tempo in cui esplode il disagio giovanile per la mancanza di prospettive che la maggior parte delle nuove generazioni vive come una certezza, analizzare ciò che non è più aiuta a riflettere mentre, per non cedere al pessimismo spesso sterile, è almeno utile cercare un’alternativa a quel che si è perduto. Ed ecco allora la sfida più intrigante, quella di restituire valore al lavoro, a quel collante sociale che, almeno fino a qualche decennio fa,  ha funzionato per i giovani come strumento finalizzato a realizzare aspettative e aspirazioni. Per riuscire a riaccendere finalmente un futuro ormai  coperto di ombre, facendolo di nuovo percepire come possibile.

Va dritto allo scopo La malattia dell’Occidente (Laterza), il nuovo saggio di Marco Panara, in libreria da qualche settimana e già alla seconda edizione, che indaga intorno al malessere diffuso nei paesi industrializzati a causa dell’impoverimento di operai e impiegati e indica nel crollo del concetto di lavoro come obiettivo centrale e rassicurante, il cuore dell’attuale stato di crisi. Scandaglia Panara il percorso che ha portato alla situazione che è ormai sotto gli occhi di tutti e analizza le motivazioni del perché, in Occidente, “il lavoro non vale più”.

Che cosa era per noi il lavoro e qual è il metro con cui oggi lo consideriamo? Sostiene Panara che il fattore umano, insidiato dalla tecnologia e dalla globalizzazione, è evidentemente in declino e che, di conseguenza, il reddito di interi gruppi sociali, è andato in caduta libera, con la quota destinata al lavoro calata nei paesi industrializzati di ben 5 punti. Di qui la perdita del valore del lavoro,  non solo in termini economici, ma anche (e soprattutto) del suo appeal morale e sociale.

Ma, poiché tra lavoro e democrazia c’è un rapporto che sta al di sopra dei  contingenti mutamenti economici e di costume, ricostruire questo irrinunciabile legame diventa il grande obiettivo del futuro. Restituire al lavoro la dignità sociale e culturale, come anche la nostra Costituzione gli attribuisce, va oltre il riconoscimento del suo valore economico e di sopravvivenza, che pure costituisce il motivo per cui i giovani tuttora aspirano a un’occupazione remunerativa e non temporanea. Ed è questa l’unica via d’uscita per una classe politica che, nei tempi attuali, dovrebbe vedere nella rifondazione del valore sociale del lavoro, il progetto più moderno e più urgente da realizzare.

Tutti vogliono un lavoro, eppure il suo valore è in declino. Che cosa succede in Occidente?

“La tecnologia e la globalizzazione hanno cambiato le carte in tavola: la tecnologia distrugge il lavoro – molte cose che prima dovevano essere fatte dall’uomo ora possono farle le macchine – e l’apertura di tutti i confini ha messo in competizione un miliardo e mezzo di lavoratori poco pagati e senza diritti dei paesi emergenti, con 500 milioni di lavoratori ben pagati e tutelati dei paesi industrializzati. L’esito di tutto ciò è che in Occidente, da 25 anni a questa parte, diminuiscono i lavori operai e impiegatizi, quelli che assicurano redditi medi, distrutti appunto dalla tecnologia e dalla globalizzazione e aumentano i lavori più poveri. Con la conseguenza che la quota della ricchezza prodotta che va al lavoro diminuisce e quella che va al capitale invece aumenta. L’esperienza di ciascuno di noi è piena di testimonianze in questo senso, intere categorie hanno visto diminuire progressivamente il loro reddito e il loro prestigio sociale, mentre siamo letteralmente circondati da persone anche qualificate che lavorano con remunerazioni molto basse o con tutele basse o inesistenti: è anche questo il modo in cui il lavoro si impoverisce”.

Il lavoro era un valore sociale sicuro per i ragazzi del boom, che cosa è per i giovani oggi?
“Il valore economico e quello sociale del lavoro vanno di pari passo. Tra gli anni ’50 e gli ’80 del secolo scorso c’è stata l’epoca d’oro del lavoro, le economie dei paesi industrializzati crescevano e il lavoro conquistava reddito e diritti. Il lavoro era lo strumento per realizzare le proprie aspirazioni, esprimere il proprio ruolo nella società, creare un futuro migliore per sé e per i propri figli. Poi è cominciato il declino, lento ma costante. Perdendo valore economico, il lavoro ha perso anche valore sociale, culturale, politico aprendo lo spazio ad una visione più individualistica e frammentata della società. E l’impressione è che i giovani il lavoro lo desiderino, per conquistare la loro indipendenza e avviare un progetto di vita, ma non ci credano troppo, non riescano ad affidargli quelle aspettative che una generazione fa erano realistiche e oggi lo sono invece molto meno.

Qual è la sfida dei nostri giorni?
“La più affascinante che si possa affrontare: ridare valore economico, sociale, culturale, politico al lavoro. Non è una questione di ruolo del sindacato e di rapporto tra lavoro e capitale in senso classico. E’ una cosa più sostanziale, dobbiamo creare lavori che valgano intrinsecamente di più e formare persone in grado di farli. Se il lavoro ha una sua forza economica crescente trascina con se tutto il resto, migliora l’equilibrio della società diminuendo le disuguaglianze che invece il declino del valore del lavoro ha accentuato, rende più solida la democrazia. più sostenibile lo sviluppo dell’economia. Questo è il solo vero antidoto al declino, la cui ombra da un po’ ci accompagna”.

 

Ora altri brani:

 

Anticipiamo un brano dal libro di La malattia dell´Occidente di Marco Panara, pubblicato da Laterza

Mettere insieme declino del valore del lavoro e peggioramento della qualità della democrazia non è una forzatura. Perché c´è un rapporto diretto tra lavoro e democrazia, un rapporto storico e biunivoco talmente forte che ne rende paralleli i destini.
La democrazia ateniese era fatta di uomini liberi e di schiavi, ove la democrazia era appannaggio dei primi e il lavoro era riservato ai secondi. La democrazia moderna è invece il frutto di un lunghissimo processo di liberazione del lavoro. Per molti secoli l´esperienza ateniese è stata cancellata, non solo nella realtà politica ma anche nel progetto, semplicemente non considerata tra le opzioni non solo possibili ma neanche auspicabili. A tirare fuori quel modello dalla sua cristallizzata classicità è stato il lentissimo e intermittente itinerario attraverso il quale il lavoro ha sciolto le sue catene. Un millennio e mezzo dopo Atene, sono stati nelle città gli artigiani e i mercanti, a volte diventati anche banchieri, a conquistarsi uno spazio economico e, a partire in Italia dai Comuni, anche politico. Una democrazia di pochi, corporativa, più vicina a quella di Atene nel suo elitarismo che a quella moderna, ma con la differenza rispetto all´età di Pericle che la chiave della conquista era stata il lavoro, la bottega, il commercio (mentre il lavoro agricolo rimaneva servile).
Il lavoro apre quindi un primo spazio, una prima crepa nell´assolutismo. Attraverso di esso emerge una nuova classe che non è figlia della guerra né della proprietà terriera, che ha una sua autonomia economica, un suo dinamismo e che comincia a crearsi un suo spazio politico: in certi luoghi, in certi periodi, non dappertutto e tutt´altro che stabilmente, ma è il primo passaggio con il quale il lavoro apre uno spazio di partecipazione politica. Passeranno altri secoli di assolutismi, ma quel seme borghese lentamente germinerà e farà le sue rivoluzioni (…)
È la perdita di valore del lavoro, è la nuova povertà, quella che avanza nei paesi industrializzati, due fattori collegati strettamente tra di loro che stanno lacerando quel rapporto fondamentale per la democrazia che è il legame tra il lavoro e i diritti. La precarizzazione del lavoro e il suo impoverimento contengono in sé la minaccia, e spesso la prospettiva o la realtà della povertà, la quale minaccia rende diffusa l´accettazione di lavoro senza diritti. La necessità, o la paura della povertà, spinge a barattare un po´ di reddito con la rinuncia ai diritti collegati al lavoro e questa rinuncia automaticamente ci riporta indietro nel tempo, a un´epoca predemocratica, quando il lavoro era solo e semplicemente sudore in cambio di (poco) denaro. La conclusione alla quale arriva Nadia Urbinati è che «l´associazione del lavoro al diritto non può essere considerata come un optional del quale si può fare a meno, ma è a tutti gli effetti un fattore di stabilità democratica».
La povertà, la paura della povertà, la separazione del lavoro dai diritti, il ritorno ad una concezione del lavoro bruta e legata alla sola sopravvivenza minacciano la democrazia. Ma non è questa l´unica minaccia. Ce n´è un´altra a questa specularmente collegata per affrontare la quale useremo la chiave proposta da un altro studioso, un economista politico questa volta, Michele Salvati.
Nel suo libro Capitalismo, mercato e democrazia (Il Mulino 2009), Salvati analizza il rapporto tra democrazia e capitalismo e postula che senza capitalismo, ovvero senza proprietà e mercato, la democrazia non ci può essere, e che però il capitalismo contrasta con la democrazia. La sua conclusione è che una buona democrazia è in grado di tenere a bada le tendenze peggiori del capitalismo. E il punto è proprio questo: perché una democrazia sia ‘buona´, e sia quindi in grado di contenere le forze che tenderebbero naturalmente a conculcarla, bisogna che ci siano interessi diffusi in grado di bilanciare quelli forti.
(…) I valori e le tendenze che si contrappongono nella dinamica di una società democratica sono quella egualitaria e quella elitaria o oligarchica, e il braccio di ferro avviene tra gli interessi – o i poteri – forti (oligarchici) e quelli diffusi (egualitari). Posto che a dare forza agli interessi forti è l´efficienza (fino ad un certo punto) del capitalismo nel creare ricchezza e benessere, cosa la dà agli interessi – o poteri – diffusi? La risposta è: il lavoro, il valore sociale ed economico del lavoro.
La discussione che ha portato alla formulazione dell´articolo 1 della Costituzione italiana è illuminante. A sollevare la questione dell´inserimento del concetto di lavoro è il cattolico Giorgio La Pira, che il 16 ottobre del 1946 nel corso dei lavori di una sottocommissione dell´Assemblea Costituente propone il seguente articolo: «Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale, e la sua partecipazione adeguata negli organismi economici, sociali e politici, è condizione del nuovo carattere democratico» (…).
Democrazia e lavoro si intrecciano quindi e la missione del lavoro, come fondamento della democrazia è darle la forza necessaria per essere ‘buona´, per essere una buona democrazia.

 

 

E qui le recensioni.

http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788842093855

 

 

 

One Response to “Libro consigliato: La malattia dell’occidente. di Marco Panara”

  1. Ale Bucci Says:

    Oltre ad augurarle buon anno, vorrei esprimerle la mia stima per le sue riflssioni, alcune delle quali particolarmente interessanti; questa sul lavoro conferma una sensazione che io avevo da tempo, ma che non vedo particolarmente recepita dalle persone con cui ho modo di parlare. La risposta che danno al probema della svalutazione del lavoro e dei suoi diritti è pressapoco questa:” Siamo in un’economia globale e se volemo sopravvive a questi cinesi bisogna adeguasse”! Quello che dico sempre io è che sono gli animali a sopravvivere e ad adeguarsi, l’uomo deve vivere e non sopravvivere, ciascuno deve crearsi le proprie opportunità e non aspettare che gliele crei Marchionne! Buon anno e grazie; continui a pubblicare articoli di interesse pubblico perchè c’è bisogno che la gente sappia.


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