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Vergogna. Chi sono gli schiavi dei nostri giorni. dicembre 26, 2010

Filed under: Contemporanea — B. @ 8:10 am
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Cari ragazzi oggi vi sottopongo all’attenzione un articolo sugli schiavi dei nostri tempi. Leggete con attenzione

Campania, schiavi senza fine

 

Sfruttati. Picchiati. Abbandonati quando si feriscono sul lavoro. E adesso il reato di clandestinità gli impedisce di denunciare gli aguzzini. Viaggio tra gli immigrati un anno dopo Rosarno.

Quello che il 17 settembre 2010 Kofi ha imparato sulla sua carne è che se fosse un cane, in Italia vivrebbe meglio. La legge, infatti, punisce severamente il maltrattamento e l’abbandono di animali: fino a un anno di reclusione e 15 mila euro di multa. Una legge fatta aggiornare nel 2004 da Alleanza nazionale. Ma Kofi, 24 anni, è un ragazzo nato in Ghana e un’altra legge, votata nel 2009 dalla stessa maggioranza al governo, gli impedisce di portare davanti a un giudice le ferite che ha subito. Perché, prima di tutto, verrebbe condannato lui. Fino a quattro anni di carcere, come immigrato irregolare. È il codice trasformato in roulette: un anno a chi ferisce un cane, quattro allo straniero ferito. 

Alla faccia della legalità. Dodici mesi dopo la rivolta di Rosarno, il favore del governo all’economia sommersa è totale. Il reato di clandestinità votato l’anno scorso con il Pacchetto sicurezza impedisce di denunciare e perseguire perfino gli incidenti sul lavoro. Soprattutto dove è massiccio lo sfruttamento di immigrati diventati irregolari per non avere ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato o per avere perso il contratto regolare come effetto della crisi. Di fronte alla prospettiva del carcere, obbligatoria per legge, i feriti tengono per sé il dolore, le minacce, le botte. Eppure, secondo il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, del Lavoro, Maurizio Sacconi, e della Difesa, Ignazio La Russa, le nuove misure contro gli stranieri restano efficaci.

Bisogna addentrarsi nell’inferno di campi e industrie tra le province di Napoli e Caserta per capire: Aversa, Giugliano, Castel Volturno, Casal di Principe, Mondragone. Da queste parti poche settimane fa un ragazzo che chiedeva gli stipendi arretrati è stato immobilizzato e sodomizzato con un bastone dai suoi datori di lavoro: “Noi l’abbiamo saputo dai suoi amici. Ha troppa paura, non farà nessuna denuncia”, dice padre Antonio Bonato, responsabile della missione dei comboniani a Castel Volturno. Da qui vengono le braccia invisibili che riempiono di frutta e verdura, anche d’inverno, gli scaffali di gran parte dei supermercati italiani. Da qui erano partiti i braccianti che un anno fa si sono ribellati in Calabria dopo che alcuni di loro erano stati presi a fucilate per gioco. E qui sono ritornati, ammassati a migliaia nei ghetti di Pascopagano e Destra Volturno, sconfitti dall’indifferenza e da una politica nazionale che sta premiando i metodi camorristi. Tanto che dall’agricoltura, lo sfruttamento in condizioni di schiavitù si sta trasferendo all’industria e al commercio. Preclusa dalla legge la via giudiziaria alla difesa dei propri diritti di uomini, non resta che attendere la prossima scintilla, la prossima rabbia.

Il 17 settembre 2010 Kofi è al lavoro in una falegnameria a Caivano. Il suo è tra le centinaia di casi raccolti dallo sportello immigrazione dell’associazione Ex Canapificio di Caserta. Storie quotidiane di violenza e razzismo che, da quando è entrato in vigore il reato di clandestinità, non hanno più sbocco nelle aule di giustizia. “Sono così abituati a essere maltrattati”, racconta Mimma D’Amico, tra le responsabili del progetto, “che nemmeno riconoscono i confini dei loro diritti. E non è vero che queste persone possono chiedere il permesso come vittime di reati: l’articolo 18 della legge sull’immigrazione, per loro, non è mai stato riconosciuto”.
Kofi si fa male al suo secondo giorno di lavoro. Il suo braccio finisce sulla lama di una sega circolare: “Perdevo molto sangue”, ricorda, “un altro operaio mi ha accompagnato in bagno, mi ha disinfettato la ferita e mi ha mandato a casa dicendomi di ritornare non appena fossi guarito. Sono andato da solo al pronto soccorso di Afragola. L’infermiere, vedendo che il braccio era già fasciato, mi ha rimandato alla Asl e lì mi hanno dato dei medicinali senza nemmeno visitarmi”. Sul referto di Kofi, spiega Mimma D’Amico, hanno scritto “incidente domestico”. Il ragazzo è rimasto invalido, ha forti dolori. Ma non ha ottenuto lo status di rifugiato e non potrà mai chiedere giustizia.

Saib, 22 anni, anche lui arrivato dal Ghana, aveva trovato un posto in nero in una famosa panetteria della provincia di Napoli. Nove ore e mezzo ogni notte, senza pausa, 600 euro al mese. “L’incidente è avvenuto in marzo”, dice Saib, “alla macchina impastatrice. In passato ero stato rimproverato perché spegnevo la macchina. Io all’inizio la spegnevo quando andava troppo veloce e non riuscivo a reggere il ritmo. Il giorno dell’incidente l’impasto era quasi finito e io ho cominciato a far scendere nel buco dell’impastatrice la farina. Non l’ho spenta, come mi è stato sempre detto di fare”. Sono le cinque e un quarto del mattino quando la macchina strappa due dita a Saib. Il proprietario della panetteria lo porta in ospedale a Napoli. Il padrone dice che non deve assolutamente riferire che si è fatto male al lavoro. A quel punto Saib resta completamente solo. È scritto nel resoconto raccolto dai volontari dell’Ex Canapificio: “Quando è dentro, un’infermiera gli chiede i documenti, lui ha solo il codice fiscale e glielo dà. Dopo un po’ l’infermiera torna e gli dice che non ha permesso di soggiorno e quindi, per la nuova legge, non dovrebbe neanche essere curato. E che è meglio che non faccia denuncia perché non ha i documenti”. Saib resta in ospedale 27 giorni la prima volta. E un’altra settimana quando si accorgono che, nonostante le due operazioni, ha nuove complicazioni. Un giorno Saib torna alla panetteria e il proprietario gli offre come risarcimento mille euro. Cinquecento a dito. Saib rifiuta.

Pochi mesi fa la commissione di Foggia che valuta le richieste di asilo respinge la domanda di Konor, 40 anni, africano del Ghana. E Konor diventa irregolare. Lavora per un’impresa che rimette a nuovo ruspe e bulldozer. Contratta 1.500 euro da dividere con un altro dipendente per togliere la ruggine e riverniciare cinque grossi mezzi. Il pomeriggio del 18 settembre tre persone stanno lavorando sul tetto e lasciano cadere un pezzo di grondaia. La lamiera colpisce l’uomo alla mano. Il padrone gli dice di andare all’ospedale da solo. Konor va a piedi alla fermata dell’autobus, ma perde molto sangue e sta per svenire. Un operaio italiano della ditta lo abbandona davanti al pronto soccorso di Aversa. E gli ordina di dire che è caduto dalla bici.

Dab, 32 anni, liberiano, lavora per un’impresa edile di Napoli. L’8 giugno il muratore chiede al padrone 450 euro di arretrati dell’ultimo mese, che si aggiungono ad almeno un migliaio di euro dei mesi precedenti. Il padrone si arrabbia e lo caccia. Dab insiste. L’imprenditore prende una sbarra di ferro e cerca di colpire il dipendente in faccia. Lo ferma la moglie, presente alla discussione. Interviene però il figlio che rompe una bottiglia e sfregia l’operaio sulla guancia. Dab scappa spaventato. La moglie dell’imprenditore lo richiama e gli disinfetta la ferita. L’operaio va all’ospedale di Pineta Mare e dichiara quanto è successo. Sul referto gli infermieri scrivono: “Riferisce aggressione da persone note a Castel Volturno”. Dab ha perso soldi e lavoro. Gli rimane quella grossa cicatrice permanente allo zigomo sinistro.

Owu, 30 anni, del Ghana, trova lavoro a Calvizzano come muratore e facchino. L’accordo è per 12 giorni a 40 euro al giorno. Owu incassa soltanto cento euro. Il padrone non si fa più trovare. Una sera, il 6 agosto, l’operaio va a casa sua. Lo aspetta tutto il giorno e la sera lo vede arrivare. L’imprenditore lo insulta e gli dice che se non se ne va lo ammazza. Owu insiste e si prende uno schiaffo.

Dall’appartamento esce un parente con un coltello. Il padrone dice alla moglie di telefonare ai carabinieri. Owu lo avverte che li ha già chiamati lui. A questo punto i due uomini prendono a calci l’operaio e lo buttano giù dalle scale. Tre piani di botte. I carabinieri non arrivano.

Il ministro Sacconi ha elogiato le squadre di ispettori mandati a caccia di imprenditori fuorilegge. Ma ecco cosa succede ai lavoratori. È il caso di Stephen, poco più di 30 anni, nigeriano. L’11 giugno è in un cantiere a Napoli. Nove ore al giorno per 35 euro. Stephen ha chiesto asilo ma non l’ha ottenuto. Gli ispettori lo scoprono e chiamano la polizia. Stephen viene arrestato e processato per direttissima. Su consiglio dell’avvocato d’ufficio, patteggia una condanna a cinque mesi. Per l’Italia e l’area Schengen, Stephen da quel momento è un pregiudicato. Per avere fatto il muratore a 3 euro e 80 centesimi l’ora. Il suo datore di lavoro non viene arrestato. Se la cava con un verbale. Sam, meccanico, stessa età: “Il 31 marzo chiedo il mio salario arretrato, il padrone mi prende a pugni negli occhi. Ora ho problemi alla vista. Ma non lo denuncio. Ho paura di non trovare più lavoro”.

Josh, 35 anni, ha lasciato il suo posto come giardiniere in un hotel di Licola: “Mi comandavano i lavori in napoletano, io non capivo. E quando sbagliavo, i proprietari, padre e figlio, mi stringevano il collo o mi picchiavano”.

L’inferno Italia allinea altre vittime. Come Ibra, 30 anni, che lavorava 14 ore al giorno, muratore e guardiano: l’hanno cacciato dopo che uno scoppio di gas l’ha completamente ustionato. Come Daniel, 25 anni, abbandonato dal padrone per strada con una gamba fratturata. E quando muoiono, per un incidente o per malattia, restano mesi nei congelatori dell’obitorio di Napoli perché nessun Comune vuole pagare la sepoltura. È successo anche ad Amos Effa, schiacciato da un muro il 7 maggio a 37 anni. E sepolto il 15 luglio dopo l’intervento dei missionari comboniani. Alla prossima rivolta, almeno ricordiamoci che nulla accade per caso.

di Fabrizio Gatti – L’espresso

 

 

 

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