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Disordini a Roma: tesi contrapposte. Saviano e Cappellini dicembre 18, 2010

Filed under: Contemporanea — B. @ 11:58 am
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Cari ragazzi, come saprete, giorni fa, precisamente il 14, a Roma ci sono stati violentissimi scontri. A tal proposito Saviano ha scritto una lettera che voglio riportarvi. Troverete poi, dopo il logo de il riformista, anche una tesi opposta, quella del giornalista stefano cappellini, che trovo comunque molto stimolante. Buona lettura

Articolo di Saviano. da Repubblica

Chi ha lanciato un sasso alla manifestazione di Roma lo ha lanciato contro i movimenti di donne e uomini che erano in piazza, chi ha assaltato un bancomat lo ha fatto contro coloro che stavano manifestando per dimostrare che vogliono un nuovo paese, una nuova classe politica, nuove idee.
Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi. I caschi, le mazze, i veicoli bruciati, le sciarpe a coprire i visi: tutto questo non appartiene a chi sta cercando in ogni modo di mostrare un´altra Italia.
I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili che nulla hanno a che fare con la molteplicità dei movimenti che sfilavano a Roma e in tutta Italia martedì. Poliziotti che si accaniscono in manipolo, sfogando su chi è inciampato rabbia, frustrazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere. Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta. Ridurre tutto a scontro vuol dire permettere che la complessità di quelle manifestazioni e così le idee, le scelte, i progetti che ci sono dietro vengano raccontate ancora una volta con manganelli, fiamme, pietre e lacrimogeni. Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo.
Scrivo questa lettera ai ragazzi, molti sono miei coetanei, che stanno occupando le università, che stanno manifestando nelle strade d´Italia. Alle persone che hanno in questi giorni fatto cortei pieni di vita, pacifici, democratici, pieni di vita. Mi si dirà: e la rabbia dove la metti? La rabbia di tutti i giorni dei precari, la rabbia di chi non arriva a fine mese e aspetta da vent´anni che qualcosa nella propria vita cambi, la rabbia di chi non vede un futuro. Beh quella rabbia, quella vera, è una caldaia piena che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stupidaggini ma ti spinge a fare cose serie, scelte importanti. Quei cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati indietro altrettanti ingenui sfogando su un camioncino o con una sassaiola la loro rabbia, disperdono questa carica. La riducono a un calcio, al gioco per alcuni divertente di poter distruggere la città coperti da una sciarpa che li rende irriconoscibili e piagnucolando quando vengono fermati, implorando di chiamare a casa la madre e chiedendo subito scusa.
Così inizia la nuova strategia della tensione, che è sempre la stessa: com´è possibile non riconoscerla? Com´è possibile non riconoscerne le premesse, sempre uguali? Quegli incappucciati sono i primi nemici da isolare. Il “blocco nero” o come diavolo vengono chiamati questi ultrà del caos è il pompiere del movimento. Calzano il passamontagna, si sentono tanto il Subcomandante Marcos, terrorizzano gli altri studenti, che in piazza Venezia urlavano di smetterla, di fermarsi, e trasformano in uno scontro tra manganelli quello che invece è uno scontro tra idee, forze sociali, progetti le cui scintille non devono incendiare macchine ma coscienze, molto più pericolose di una torre di fumo che un estintore spegne in qualche secondo.
Questo governo in difficoltà cercherà con ogni mezzo di delegittimare chi scende in strada, cercherà di terrorizzare gli adolescenti e le loro famiglie col messaggio chiaro: mandateli in piazza e vi torneranno pesti di sangue e violenti. Ma agli imbecilli col casco e le mazze tutto questo non importa. Finito il videogame a casa, continuano a giocarci per strada. Ma non è affatto difficile bruciare una camionetta che poliziotti, carabinieri e finanzieri lasciano come esca su cui far sfogare chi si mostra duro e violento in strada, e delatore debole in caserma dove dopo dieci minuti svela i nomi di tutti i suoi compari. Gli infiltrati ci sono sempre, da quando il primo operaio ha deciso di sfilare. E da sempre possono avere gioco solo se hanno seguito. E´ su questo che vorrei dare l´allarme. Non deve mai più accadere.
Adesso parte la caccia alle streghe; ci sarà la volontà di mostrare che chi sfila è violento. Ci sarà la precisa strategia di evitare che ci si possa riunire ed esprimere liberamente delle opinioni. E tutto sarà peggiore per un po´, per poi tornare a com´era, a come è sempre stato. L´idea di un´Italia diversa, invece, ci appartiene e ci unisce. C´era allegria nei ragazzi che avevano avuto l´idea dei Book Block, i libri come difesa, che vogliono dire crescita, presa di coscienza. Vogliono dire che le parole sono lì a difenderci, che tutto parte dai libri, dalla scuola, dall´istruzione. I ragazzi delle università, le nuove generazioni di precari, nulla hanno a che vedere con i codardi incappucciati che credono che sfasciare un bancomat sia affrontare il capitalismo. Anche dalle istituzioni di polizia in piazza bisogna pretendere che non accadano mai più tragedie come a Genova. Ogni spezzone di corteo caricato senza motivazione genera simpatia verso chi con casco e mazze è lì per sfondare vetrine. Bisogna fare in modo che in piazza ci siamo uomini fidati che abbiano autorità sui gruppetti di poliziotti, che spesso in queste situazioni fanno le loro battaglie personali, sfogano frustrazioni e rabbia repressa. Cercare in tutti i modi di non innescare il gioco terribile e per troppi divertente della guerriglia urbana, delle due fazioni contrapposte, del ne resterà in piedi uno solo.
Noi, e mi ci metto anche io fosse solo per età e per – Dio solo sa la voglia di poter tornare a manifestare un giorno contro tutto quello che sta accadendo – abbiamo i nostri corpi, le nostre parole, i colori, le bandiere. Nuove: non i vecchi slogan, non i soliti camion con i vecchi militanti che urlano vecchi slogan, vecchie canzoni, vecchie direttive che ancora chiamano “parole d´ordine”. Questa era la storia sconfitta degli autonomi, una storia passata per fortuna. Non bisogna più cadere in trappola. Bisognerà organizzarsi, allontanare i violenti. Bisognerebbe smettere di indossare caschi. La testa serve per pensare, non per fare l´ariete. I book block mi sembrano una risposta meravigliosa a chi in tuta nera si dice anarchico senza sapere cos´è l´anarchismo neanche lontanamente. Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto allo studio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l´esatto contrario. E se le camionette bloccano la strada prima del Parlamento? Ci si ferma lì, perché le parole stanno arrivando in tutto il mondo, perché si manifesta per mostrare al Paese, a chi magari è a casa, ai balconi, dietro le persiane che ci sono diritti da difendere, che c´è chi li difende anche per loro, che c´è chi garantisce che tutto si svolgerà in maniera civile, pacifica e democratica perché è questa l´Italia che si vuole costruire, perché è per questo che si sta manifestando. Non certo lanciare un uovo sulla porta del Parlamento muta le cose.
Tutto questo è molto più che bruciare una camionetta. Accende luci, luci su tutte le ombre di questo paese. Questa è l´unica battaglia che non possiamo perdere.

Fonte: La Repubblica, giovedì 16 dicembre 2010

Ed ora la tesi di Stefano Cappellini da Il Riformista


Caro Saviano,
la tua lettera è ipocrita

di Stefano Cappellini

C’è una patina di ipocrisia nella «Lettera ai ragazzi del movimento» pubblicata ieri su Repubblica da Roberto Saviano…

C’è una patina di ipocrisia nella «Lettera ai ragazzi del movimento» pubblicata ieri su Repubblica da Roberto Saviano. La sua forzata lontananza dai fatti del 14 dicembre merita rispetto. Ma per chi vuole cercare di capire cosa è successo in piazza, e non solo oscillare tra l’ovvia condanna delle violenze e l’altrettanto facile assoluzione del movimento, il suo è un contributo di disinformazione.
Due tesi si fronteggiano da giorni sui disordini di Roma del 14 dicembre. La prima vuole che un gruppo di facinorosi professionisti abbia approfittato dell’occasione di piazza per mettere in atto un piano preordinato di guerriglia urbana a spese della massa pacifica di studenti e manifestanti. La seconda sostiene che tracciare una linea netta tra i “violenti” e i “buoni” non è così semplice, sia perché molti dei protagonisti degli scontri (e delle udienze di ieri al Tribunale di Roma) hanno facce e curricula del tutto analoghi a quelli degli “angeli dei tetti”, sia perché le azioni più estreme hanno goduto, se non della partecipazione diretta, comunque del consenso di una larga parte del corteo.
Saviano sposa la prima – la più rassicurante, la più “democratica” – delle due tesi. Anzi, la porta alle estreme conseguenze: il movimento è buone cose, buone facce e buoni propositi, poi «ci sono cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati dietro altrettanti ingenui sfogando su un camioncino o con una sassaiola la loro rabbia», che hanno agito a danno e dispetto di chi vuole cercare pacificamente di cambiare le cose. Non solo, questi «cinquanta o cento» sarebbero doppiamente estranei al movimento, perché pure Saviano si appoggia sulla comoda etichetta mediatica dei black bloc. «Il blocco nero è il pompiere del movimento», scrive l’autore di Gomorra, additandolo come l’agente di una nuova «strategia della tensione». Qui le sciocchezze sono due in un colpo solo.
Saviano, e molti prima di lui, chiaramente non sa di cosa scrive quando parla di black bloc. I quali sono un’area ben definita, con una “ideologia” e un network internazionale. E a Roma non c’erano. Dopo Genova 2001, black bloc è diventato sinonimo di teppista politico e, ogni qual volta si verificano incidenti gravi da parte di manifestanti mascherati, sui media si chiama in causa a sproposito il «blocco nero», con la stessa faciloneria con cui alla fine degli anni Novanta si parlava in casi analoghi di “squatter” e nei decenni precedenti di “autonomi”. Sono definizioni a prescindere, è un’informazione un tanto al chilo. E spiace che Saviano se ne faccia autorevole tramite. Anche perché gli sarebbe bastato leggere, proprio su Repubblica, gli informati pezzi di Carlo Bonini, compreso quello pubblicato ieri in contemporanea al suo, per capire che la partecipazione dei black bloc è una leggenda, una bufala. O, per meglio dire, un alibi. Che Saviano ingigantisce evocando addirittura una nuova strategia della tensione.
Un professionista delle parole come lui dovrebbe stare più attento a ciò che dice e scrive. In Italia la «strategia della tensione» c’è stata. Ha significato bombe, stragi, depistaggi, collusioni tra pezzi di Stato e criminalità organizzata. È stata una tragedia nazionale. Evocarla a proposito dei fatti del 14 dicembre è ridicolo e serve solo ad alimentare una distorta visione dietrologica, offrendola in pasto a un pezzo di opinione pubblica – i ragazzi delusi, non a torto, dalla politica e dalla sinistra “ufficiale” – in cui già da anni spacciatori a tempo pieno di Complotti e Inciuci producono danni pesanti. Se poi Saviano crede davvero al bau-bau, all’uomo nero e al blocco nero pure lui, allora eviti di scrivere che «carabinieri e finanzieri usano le camionette come esca su cui far sfogare chi si mostra duro e violento in strada». Questa dei manifestanti traviati dalle provocazione delle camionette lasciate ad arte sul percorso del corteo è, nella sua rozza partigianeria, una versione da velina della Questura. E pure una contraddizione: se, come sostiene lo scrittore, in strada c’erano i professionisti della guerriglia, non avevano bisogno di «esche» per darsi alla guerra.
Ma se non si vuole essere ipocriti, se non si vuole fare la figura di quei commentatori da Raisport che davanti ai tafferugli allo stadio se la cavano con un «scene che non vorremmo mai vedere», bisogna aggiungere un’altra e più importante considerazione. Non si può evocare e denunciare quotidianamente la crisi, il disagio, l’impoverimento – tutte realtà autentiche dell’Italia del 2010, tutti temi su cui Saviano si è soffermato – e poi avere paura di guardare a quali conseguenze può portare questa situazione. Si badi, non si tratta giustificare la violenza. Ma di fare uno sforzo maggiore di comprensione dei fenomeni, di non chiudersi nelle versioni edulcorate e apologetiche della protesta, di non pensare che la sofferenza produca solo elenchi e ospiti da talk, questo sì, dovrebbe essere obbligatorio per chi vuole raccontare credibilmente il paese. Cullarsi sull’illusione che la violenza venga da fuori, da agenti provocatori e infiltrati, è comodo. Più arduo è farci i conti quando diventa la prassi di ventenni che non sono né black bloc né vecchi arnesi della contestazione. Il conflitto sociale, caro Saviano, non è un pranzo di gala. E nemmeno un format televisivo di prima serata.

 

 

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